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Caratteristiche etniche del Mastino Napoletano

Testo tratto da: "OBIETTIVO ZOOTECNICO SUL MASTINO NAPOLETANO",
di Antonio Crepaldi - www.cinofilia-crepaldi.it

proporzioni mastino napoletano

Standard Enci / Fci
Si va ad eseguire, in questo contesto, una descrizione delle caratteristiche etniche del mastino napoletano esclusivamente sulla base del testo ufficialmente riconosciuto ed attualmente in vigore.Paragrafo per paragrafo, si trattano soltanto i singoli punti ivi descritti, nella fedele composizione letteraria e biometrica dello standard nazionale ed internazionale dal punto di vista burocratico, secondo una metodologia di studio che acquista uno spazio elaborato di commento esplicativo. Utilizzazione La classificazione utilitaria, al contempo, tradizionale ed attuale, non pone dubbi sulla mansione richiesta. Il contesto utilitario attualmente imperante, però, è quello urbano, per cui prevale un mastino napoletano dalle caratteristiche più marcate, ovvero, dal tipo espresso secondo una figura imponente. L’obiettivo funzionale primario, essendo quello di cane da guardia, difatti, richiede una presenza, dapprima, che sia deterrente; poi, in caso di necessità, richiede che entri in azione una macchina animale in grado di fermare l’intrusione estranea nel miglior modo possibile. Il fenotipo deterrente - in ambito urbano - impone una presenza voluminosa, secondo delle dimensioni corporee sviluppate in misura notevole. Nell’intervento risolutivo all’invasione del territorio sottoposto alla sua sorveglianza, vede il mastino napoletano esprimere le potenzialità di forza contenute in una struttura anatomica adeguatamente potente, rispetto alla voluminosità morfologica presentata come deterrente. Quanto imposto come deterrente, sostanzialmente, trova risposta nella forza fisica che, all’occorrenza, un mastino napoletano sa dimostrare.

Classificazione Fci
L’appartenenza ai molossoidi di tipo mastino, nel contesto attuale, immediatamente, esprime il concetto tipologico della razza. Il mastino napoletano, inoltre, tra i vari molossoidi, morfologicamente, rappresenta il molosso vero e proprio. Questo concetto si comprende da una classificazione precisa delle razze appartenenti al gruppo molossoide. La sezione molossoidi del secondo gruppo (dei dieci gruppi) della classificazione Fci, suddivisa nel tipo mastino e nel tipo cane da montagna, tuttavia, non rientra nella classificazione scientifica esatta, bensì si presenta approssimativa. La difficoltà di classificare le razze canine non ha mai dato, non solo da parte della Fci, una suddivisione che sia del tutto scientifica o del tutto utilitaria. La precedente classificazione Fci conteneva il mastino napoletano sempre nel secondo gruppo, allora denominato dei “cani da guardia, difesa ed utilità”. Nulla da eccepire su quella classificazione utilitaria, se non per la mancanza della precisa individuazione delle razze da guardia vere e proprie, distinguendole all’interno dello stesso gruppo, per rispettare una specializzazione che s’addice alla nostra razza, quanto ad altre razze dalle caratteristiche similari. La nostra razza, infatti, si distingue dalle razze specializzate nella difesa ed in altre mansioni utilitarie, raggruppate in quello e in questo secondo gruppo. Il secondo gruppo vigente, per quanto concerne i molossoidi in esso classificati, altrettanto, non fa chiarezza sulle distinzioni che, in questo caso, più dell’altro, assumono una valenza scientifica. Il concetto di “tipo mastino”, come quello di “tipo cane da montagna”, non convincono del tutto. Le razze classificate nei molossoidi di tipo mastino rappresentano affatto questa tipologia, come può esserlo, scientificamente, in modo corretto. Il tipo mastino, dal punto di vista scientifico, in quanto così classificabile, non tanto per via zootecnica, ma quanto per via zoologica, oltre che, per via dell’antica denominazione in uso presso gli ambienti della pastorizia latina, è riferito ai “cani da custodia del gregge”, che sono di tipo molossoide, quasi tutti, se non tutti, classificati dalla Fci come cani da montagna, unitamente ad altre razze che non sono “da montagna”, se considerate dal punto di vista zootecnico, ovvero, dal lato utilitario, come pure se si prende in considerazione il loro luogo d’origine (vedi il leonberger, originario di una zona pianeggiante). Venendo meno la definizione di “mastino”, non resta che constatare l’appartenenza alla tipologia cardine del gruppo molossoide, ossia, il “molosso” vero e proprio, al quale si accomunano tutte quelle razze che non sono tali, ma che gravitano su questa precisa tipologia, scientificamente descritta da Pierre Mégnin, unitamente alle altre tre tipologie (lupoide, braccoide, graioide). La sezione dove la Fci raggruppa il tipo cane da montagna ben rappresenta tale tipologia d’estrazione molossoide; mentre, la sezione del tipo mastino, in realtà, raggruppa i molossi e i suoi derivati molossoidi, nella classificazione vigente, differenziati dai cani da montagna (a pelo lungo) per via del mantello a pelo corto. Le razze di “tipo molosso”, al centro delle variazioni molossoidi, che vanno verso le razze a pelo lungo (classificate dalla Fci, appunto, come cani da montagna) e verso le razze a pelo corto (classificate dalla Fci, appunto, come mastini, unitamente ai molossi veri e propri), quindi, rispondono al modello che contempla, oltre al mastino (molosso) napoletano, poche altre razze, quali il dogue de bordeaux, il bulldog (inglese), il bullmastiff, il mastiff, il tosa e, forse, qualche altra razza, ancora attentamente da valutare. Una filiale del tipo molosso si trova nei “molossoidi di piccola taglia”, classificati dalla Fci nel nono gruppo (quello dei cani da compagnia), con il bouledogue francese e il carlino (il boston terrier è un molossoide e non un molosso vero e proprio).

Aspetto generale
La grande mole è fondamentale in un molosso che, al di là dell’originaria e generica denominazione partenopea (‘o cane ‘e presa), prima d’essere un cane da presa, è un cane da guardia, per cui fa dell’aspetto fisico lo strumento deterrente per antonomasia. All’occorrenza, successivamente, interviene con la presa. Non a caso, nel mastino napoletano, come nelle altre razze di molossi veri e propri, prevalgono le caratteristiche di cane deterrente, rispetto a quelle di cane da presa, seppur non in modo eccessivo, bensì di quel che basta. Lo scopo è quello di far desistere e tenere lontano il potenziale intruso, evitando d’intervenire, come estremo rimedio, per aver fallito quale deterrente, in quanto non abbastanza convincente sotto l’aspetto generale. Le caratteristiche utili come deterrente, quindi, dipendono da un aspetto imponente, che solo la grande mole può fornire nel modo appropriato. La conformazione generale pesante, pertanto, assume la più rilevante importanza funzionale. Un molosso pesante, infatti, sfoggia una grande mole, davvero, convincente in un lasso di tempo istantaneo. L’intruso, osservando rapidamente il cane, deve convincersi ad andarsene in fretta. Non solo deve desistere il malintenzionato, ma pure qualsiasi estraneo deve capire che è meglio attendere l’arrivo del padrone di casa, ovvero, il padrone del cane. Sul fatto che il mastino napoletano sia pesante, d’altronde, non v’è alcun dubbio. Sul tipo morfologico brachimorfo, invece, continuano a persistere degli altri convincimenti. Tali filosofie sono giustificate dagli elementi che forniscono il risultato aritmetico degli indici biometrici. Gli indici di calcolo, usati in cinognostica per determinare il tipo morfologico, in questo caso, quello della costruzione corporea, difatti, aritmeticamente, espongono un risultato che non rientra nel brachimorfismo. L’indice di riferimento del tipo corporale calcolato in cinognostica è quello “tronco-toracico” (I.C. [Indice Corporale] = lunghezza del tronco x 100 : circonferenza toracica). Tale indice, in effetti, desume un valore affatto classificabile nel tipo brachimorfo. La classificazione del mastino napoletano, secondo questo indice, infatti, fornisce un valore che, addirittura, rientra nel dolicomorfismo. La richiesta del tipo brachimorfo, da parte dello standard, perciò, è stravolta dalla legge matematica, che scaturisce da questi dettami scientifici (?). Il tipo dolicomorfo, tuttavia, non corrisponde, nel modo più evidente, al modello anatomico cui appartiene il mastino napoletano. La razza partenopea non assomiglia in nulla al modello del levriero, appartenente al dolicomorfismo, quale suo prototipo di riferimento. Il levriero, anzi, si presenta di tipo opposto a quello rappresentato da un molosso vero e proprio, come quello partenopeo. Gli effetti anatomici, pur talmente evidenti nel contrasto al dolicomorfismo, nemmeno fanno propendere al mesomorfismo, perché l’aspetto generale del nostro molosso non s’avvicina neanche alla costruzione del pointer e del boxer, che sono i prototipi di tale tipologia intermedia. Errato, pertanto, risulta rappresentare il mastino napoletano come un pesante mesomorfo, dato che neppure l’indice corporale lo fa rientrare in questo tipo. Il mastino napoletano si classifica automaticamente come brachimorfo, in quanto proprio l’aspetto generale non consente altre interpretazioni. Questo comporta che, almeno in questa razza, l’indice zoometrico usato non risponde alla tipologia cui appartiene un molosso come il nostro. La matematica della zoometria così applicata, d’altro canto, risulta falsata (bisogna dire, in modo incredibile) dal particolare rapporto che intercorre tra la lunghezza del tronco e la massa corporea. Non a caso, l’indice zoognostico tronco-torace, preso a misurazione in cinognostica come “indice corporale”, fornisce la misura dell’intensità della massa corporea rispetto alla lunghezza del tronco. Il problema di questo indice, però, sta proprio nella constatazione che lo sviluppo toracico è ridimensionato dalla lunghezza del tronco. Tale indice, infatti, s’avvicina al brachimorfismo se al torace ampio corrisponde un tronco breve. Soltanto in presenza di un tronco quadrato, quindi, il torace appartenente al mastino napoletano, tramite l’indice in questione, darebbe il brachimorfismo. Il tronco rettangolare della nostra razza, pertanto, modifica l’effettivo tipo brachimorfo dell’indice in questione, dato dal torace. L’individuazione del brachimorfismo, perciò, deve far uso di un insieme d’indici zoometrici (non ancora applicati in cinometria) riveduti e corretti, al fine d’adattarli al contesto unico rappresentato dal molosso nel suo prototipo equilibrato, intermedio e razionale (non estremo come il bulldog), non ancora studiato con attenzione ai particolari. L’applicazione in cinognostica dell’indice dello sviluppo delle costole (I.T. [Indice Toracico] = larghezza toracica x 100 : altezza toracica) dovrebbe consentire una migliore identificazione della tipologia corporea. L’indice toracico, difatti, esprime lo sviluppo del torace rispetto al tipo morfologico e costituzionale. In base a questo indice, quanto maggiore è il diametro trasversale del torace, più rientra nel brachimorfismo. La rilevazione di altri due indici può determinare l’appartenenza del mastino napoletano al tipo brachimorfo. L’indice tra l’arto e il torace (I.D.T. [Indice Dattilo Toracico] = circonferenza dell’avambraccio x 100 : circonferenza toracica) identifica bene l’aspetto generale, in quanto esprime il grado di sviluppo dello scheletro, soprattutto, delle ossa lunghe, rispetto allo sviluppo del tronco. Questo calcolo fornisce i centimetri di circonferenza toracica che corrispondono ad un centimetro di circonferenza dell’avambraccio, per cui quanto maggiore è tale rapporto, tanto più maggiore è l’aderenza al brachimorfismo e l’aspetto generale di pesante brachimorfo. In fatto di sviluppo osseo dell’arto e di sviluppo della gabbia toracica, il mastino napoletano non pone dubbi sulla propria appartenenza al tipo brachimorfo. L’altro indice utile è quello della dimensione corporea (I.d.C. [Indice di Compattezza] = peso vivo : statura [altezza al garrese]). Non v’è dubbio che questo rapporto, nel mastino napoletano, è alquanto elevato, per cui l’appartenenza al brachimorfismo, ancora una volta, è accertata. Il tipo brachimorfo, pertanto, non viene alterato dalla figura rettangolare della costruzione corporea, determinata dalla lunghezza del tronco superiore all’altezza al garrese. Il tronco più lungo che alto, infatti, non ridimensiona effettivamente l’aspetto generale di pesante brachimorfo. La pesante tipologia brachimorfa messa in dubbio dall’indice corporale, ridimensionato dal rapporto limitativo tra lunghezza del tronco e perimetro del torace, fino a definirla nella tipologia opposta, pertanto, trova conferma nell’aspetto generale, pur con il tronco allungato. Quello che conta nel determinare il tipo brachimorfo del mastino napoletano è la grande mole, intesa nel senso più immediato del termine, dove il rapporto tra statura (altezza al garrese), peso e volumi, offre una struttura fisica dal ragguardevole aspetto tridimensionale. Il tronco lungo, quindi, va rapportato alla massa corporea totale, allo scopo di precisare meglio la tipologia del mastino napoletano. Proporzioni importanti L’altezza al garrese - da 65 a 75 cm nei maschi e da 60 a 68 cm nelle femmine - rende una vasta gamma di taglie e conseguenti dimensioni strutturali, cui può andar soggetta la razza. Il mastino napoletano diventa uno strumento deterrente per la guardia se l’aspetto imponente, che è proprio determinato dall’altezza al garrese, dispone di un supporto fisico adeguato. L’altezza elevata, infatti, agevola il lavoro di guardia, come deterrente, quando le dimensioni corporee riempiono i volumi dello spazio tridimensionale consono alle proporzioni della mole ottimale, che una data taglia può ottenere nel mastino napoletano. L’altezza più elevata consentita, disponendo di una mole proporzionata, pertanto, presenta l’aspetto volumetrico maggiormente deterrente, rispetto a delle altezze inferiori, pur proporzionate che siano. L’aspetto tridimensionale, che deriva dalla massima altezza al garrese e dai volumi corrispondenti, giova pure alla funzione di cane da presa, grazie alla potenza strutturale, in grado di fuoriuscire da un contesto anatomico così abbondante. L’apporto volumetrico della taglia elevata offre i diametri che servono ad imprimere la maggior potenza mascellare e la maggior forza d’urto. La mole imponente, inoltre, favorisce l’adeguato contrappeso da opporre alla forza antagonista. Le migliori caratteristiche funzionali complessive, derivate dall’apporto dell’altezza al garrese, tuttavia, dipendono dall’equilibrio anatomico, scaturito dall’imponenza fisica dotata dello sviluppo costituzionale, dove nulla va a discapito del lavoro di cane da guardia deterrente, anche agevolando ulteriormente la funzione di cane da presa. La lunghezza del tronco superiore all’altezza al garrese non diminuisce l’aspetto imponente. Il rapporto maggiore del 10 %, rispetto alla statura non toglie valore ai volumi, nemmeno alle proporzioni, se i diametri trasversali mantengono l’equilibrio. Una lunghezza corporea superiore al 10 %, arrivando ad una lunghezza anche del 15-20 %, offre la possibilità di un aspetto generale ancora più imponente, qualora corrisponda una mole adeguata. Il concetto di pesante brachimorfo è favorito dal tronco così lungo, in quanto aumenta l’apporto volumetrico, per mantenere intatto l’equilibrio anatomico. La maggior lunghezza del tronco, pertanto, consente l’aumento della mole, dato che i maggiori volumi contemplano un più elevato rapporto tra l’altezza e il peso. L’aspetto tridimensionale acquista maggior spazio, per cui la funzione di deterrente ne giova, così come aumenta la forza d’urto e l’effetto da contrappeso antagonista. Il tronco lungo, d’altronde, non modifica il tipo morfologico e costituzionale brachimorfo, che resta tale grazie ai maggiori volumi che ne derivano, perché proporzionatamente supportati dai diametri traversali. La lunghezza della testa assume la massima importanza grazie alle proporzioni necessariamente precise entro l’aspetto generale. Una testa lunga i 3/10 dell’altezza al garrese, però, non adempie alle migliori condizioni di tipicità e, conseguentemente, pure a quelle di funzionalità. La testa di 3/10, pur presentando le proprie sottoregioni proporzionate fra loro, infatti, non soddisfa i volumi craniometrici utili alla funzione di cane da guardia deterrente e di cane da presa. Una testa così corta si presenta piccola, per cui non offre le dimensioni che fungono da deterrente, secondo il primo impatto visivo raccolto dall’osservatore. La testa, difatti, è la prima regione fisica a presentare le credenziali dell’intera struttura architettonica. La figura strutturale del mastino napoletano, per questi motivi, deve alla testa quell’aspetto imponente che incute l’utile timore reverenziale. Una testa siffatta (3/10), inoltre, diminuisce le potenzialità dell’azione di presa. Il morso è meno potente e la forza d’urto è meno pesante, fin dall’inizio dell’impatto impresso dalla testa durante l’approccio mascellare della presa. Il rapporto tra il cranio e il muso di 2 a 1 confeziona una testa complessivamente potente, grazie ai fattori anatomici che intervengono sulle proporzioni volumetriche. Le dimensioni della testa giovano di codesto rapporto, dove il muso lungo la metà della lunghezza del cranio conferisce più potenza visiva all’aspetto imponente, data dalla concentrazione longitudinale di una delle due sottoregioni cefaliche. La lunghezza totale della testa, suddivisa secondo tali proporzioni, riceve dal muso l’esaltazione del cranio, per cui l’effetto visivo, risultando maggiore, diventa utile quando il mastino napoletano deve compiere l’azione deterrente durante la guardia. Il concetto di testa deterrente, infatti, per via del muso così più corto e proporzionato, espone un cranio dal volume elevato, poiché la lunghezza della sottoregione cranica occupa una notevole percentuale della lunghezza cefalica totale. Le proporzioni diametrali, infatti, favoriscono il cranio dal volume doppio, rispetto al muso. La sottoregione facciale siffatta determina la concentrazione massiccia del substrato scheletrico, necessario al morso potente durante la breve azione di presa, che il mastino napoletano impone, secondo le tipiche caratteristiche strutturali. La potenza di presa, infine, è sostenuta dal supporto craniale, appunto, dotato del volume che garantisce dei muscoli masticatori adeguatamente proporzionati a tale pressante condizione funzionale.

Comportamento e carattere
La forza e la lealtà caratteriale sono delle componenti indispensabili per effettuare un buon lavoro di guardia. Il carattere forte consente l’affronto delle situazioni di pericolo. Il carattere leale fa intervenire il cane soltanto quando è necessario. Si tratta delle capacità mentali discernenti le situazioni spiacevoli da quelle piacevoli. Capacità mentali che non lo spingono ad abusare della propria forza fisica, talmente deve essere conscio di possederla. Il quadro mentale del mastino napoletano consente l’intervento tramite l’aggressività e la mordacità, regolate secondo il grado di forza e lealtà caratteriale posseduta. L’aggressività e la mordacità, infatti, non devono manifestarsi senza un giustificato motivo, che il cane riesce a capire se, appunto, dispone di un carattere forte e leale. La componente aggressiva del profilo caratteriale del mastino napoletano, comunque, deve essere presente in misura da risultare diffidente verso gli estranei, ma quelli che si comportano secondo degli atteggiamenti pericolosi. L’aggressività, tuttavia, fuoriesce dal cane solo al momento opportuno. Nel lavoro di guardia, l’intrusione nel territorio scatena una giustificata aggressività. Fuori dal proprio territorio, il mastino napoletano deve reagire solo se minacciato, ma con un’aggressività controllabile dal padrone del cane, attraverso l’obbedienza prestata anche entro una situazione di pericolo. L’aggressività, conseguentemente, fa scattare la mordacità, per cui un cane controllabile dal proprio padrone morde quando richiesto, oppure se è necessario per fermare l’intruso territoriale, decidendo di mordere sulla base della componente leale del proprio carattere, quando il cane si trova da solo durante la guardia. L’aggressività e la mordacità sono delle componenti caratteriali insite nel cane da presa. Un cane da presa specializzato nella guardia le usa raramente, non certo quotidianamente. Tali componenti caratteriali, quindi, rappresentano il valore aggiunto al carattere forte e leale. Nella difesa della proprietà e delle persone (familiari), l’aggressività e la mordacità devono manifestare un comportamento equilibrato, che evidenzia pure l’intelligenza. L’intelligente comportamento esibito durante la guardia lo rende vigile, nobile e maestoso. La vigilanza lo porta ad essere attento; mentre, la nobiltà e la maestosità, esibite attraverso l’atteggiamento, evidenziano la sicurezza caratteriale del mastino napoletano, dettata proprio dalla forza e dalla lealtà. Testa L’appartenenza brachicefala del mastino napoletano presenta la testa apparentemente corta, pur se corta non è di certo e non deve esserlo. La funzionalità del cane da presa, infatti, trova efficacia dalla testa più lunga possibile (secondo il rapporto con l’altezza al garrese), tuttavia, senza perdere la potenza cefalica data da una larghezza e da un volume predominanti sulla lunghezza. L’effetto ottico della testa corta, quindi, dipende dal contributo dato dalla larghezza, che è l’elemento craniometrico determinante la brachicefalia, nonché, al contempo, basilare per ottenere una spiccata volumetria. La testa brachicefala del mastino napoletano, pertanto, evidenzia una larghezza cefalica notevolmente sviluppata ed un enorme volume. Una testa brachicefala così composta appare morfologicamente pesante. La determinazione della tipologia relativa alla testa avviene con un indice (I.C.T. [Indice Cefalico Totale] = larghezza della testa x 100 : lunghezza della testa), in base al quale l’appartenenza brachicefala del mastino napoletano è sicuramente accertata. La sostanza della brachicefalia corrisponde alla larghezza cefalica superiore alla metà della lunghezza totale della testa. Stante il rapporto longitudinale tra il muso e il cranio decisamente a favore del secondo, con la larghezza cefalica determinata dalla larghezza cranica uguale alla sua lunghezza, diventa notevole il superamento del limite ad oggetto della brachicefalia. Succede che il cranio largo quanto lungo contribuisce alla testa brachicefala perché supportato dal muso corto. La cortezza del muso, perciò, è determinante quanto la larghezza cefalica. La testa brachicefala del mastino napoletano, tuttavia, al di là del concetto craniometrico, si presenta tale per via della voluminosa struttura morfologica, data da quel substrato anatomico (scheletrico e muscolare) e da quei tratti somatici tegumentali (rughe e pliche), che lo contraddistinguono sotto il profilo della tipicità. La brachicefalia, inoltre, agevola l’aspetto imponente che il nostro molosso presenta durante la mansione di guardiano, trovando nella testa di questa tipologia l’elemento primario della sua prestazione funzionale come deterrente. La testa brachicefala, infine, è massiccia, perché la voluminosità assicura il tipico e funzionale substrato scheletrico pesante. Il cranio largo agli zigomi confeziona la quadratura della regione e garantisce la brachicefalia. La lunghezza totale del 30 % dell’altezza al garrese non modifica il contesto craniometrico brachicefalo. Una lunghezza superiore, però, offre quella brachicefalia maggiorata, che è sinonimo di una migliore efficacia funzionale, sia come aspetto deterrente, sia come supporto alla presa, nonché, come valore aggiunto – strutturale e volumetrico - alla tipicità. La pelle abbondante, attraverso le conseguenti rughe e pliche, disegna la tipicità; mentre, in termini funzionali, acquista due valori differenzianti, a seconda della mansione considerata. La tipica plica, ben marcata, che parte dall’angolo palpebrale esterno e discende sino all’angolo labiale (commessura), offre l’apporto tegumentale maggiormente caratterizzante il mastino napoletano. L’abbondanza della pelle negli altri punti della testa, quando oltrepassa l’apporto tegumentale tipico, per assumere un aspetto ipertipico, aumentando e marcando maggiormente le altre pliche e le rughe, presenta un aspetto deterrente assai più convincente. A sfavore dell’intervento in presa, però, ostacola la prestazione del morso, dato che è il muso a riportare l’aumento tegumentale più marcato. L’apertura della bocca è poco visibile e la chiusura mandibolare rischia di trattenere il labbro superiore tra i denti. Sempre a danno funzionale, la pelle della testa troppo abbondante è spia di un substrato scheletrico carente. La potenza della presa ne risente, dato che i muscoli masticatori, conseguentemente, sono ridotti. Il parallelismo degli assi longitudinali superiori cranio-facciali confeziona la tipicità tramite l’assetto strutturale complessivo della testa. Nel contesto cefalico del mastino napoletano segue la piattezza cranica e l’orizzontalità della canna nasale. Questi elementi fanno parte del tipo ed offrono la basilare indicazione della struttura funzionale, sia del cranio, sia del muso. Il parallelismo craniale evidenzia la posizione dell’occipite e della fronte sullo stesso livello, in modo da determinare una faccia superiore del cranio che funge da piattaforma necessaria all’angolosità cubica dell’intera regione cranica. Il cranio piatto superiormente, infatti, configura una discesa ossea laterale più angolosa possibile e non arrotondata. Ciò, favorisce l’altrettanta piattezza delle pareti laterali del cranio, sinonimo della tipica forma (superiormente) quadrata e (totalmente) cubica. La funzionalità, come cane da presa, in tale contesto, trova dei muscoli masticatori secondo un consequenziale sviluppo contenuto, che cagiona una potenza masticatoria sulle necessità non eccessive, a discapito dell’aspetto deterrente. Un cranio piatto, quadrato e cubico, difatti, assume un maggior volume, che si presenta sotto un aspetto imponente funzionalmente efficace nella maestosità della testa, quale regione morfologica per prima determinante l’effetto deterrente, sottoposto all’osservatore da spaventare. Il parallelismo facciale asseconda la struttura complessiva della testa mediante l’equilibrio anatomico. I muscoli masticatori, infatti, agiscono sul substrato osseo mascellare con una disposizione lineare, tanto semplice quanto efficace. Il muso parallelo, poi, assicura la lunghezza mascellare richiesta, che deve presentarsi tale per offrire la più grande capacità d’apertura buccale per la presa. L’asse parallelo facciale, inoltre, favorendo la lunghezza mascellare ideale, offre un muso dimensionato secondo una configurazione geometrica che, dovendo essere d’eguale sviluppo tridimensionale, determina la forma cubica anche di questa regione. La cubatura del muso, unita a quella del cranio, aumenta l’effetto deterrente di una testa senza imitazioni nel vasto panorama delle razze canine. La testa del mastino napoletano, difatti, assume il più elevato livello funzionale come effetto deterrente. Regione cranica Il cranio largo è anatomicamente tipico e funzionale. La larghezza cranica così costruita offre lo spazio craniometrico necessario, affinché il substrato anatomico trasformi in piattaforma la faccia superiore della regione. La parte posteriore (occipitale) del cranio piatta, infatti, dipende dalla sua larghezza, predisposta a conformare una figura geometrica (cubica) più angolosa possibile, nel punto d’incontro tra la piattaforma superiore e le pareti laterali. La configurazione particolarmente piatta fra le orecchie e leggermente convessa nella parte anteriore (fronte), non cambia la sostanziale quadratura della piattaforma superiore del cranio. La leggera convessità anteriore è favorita dalla concentrazione delle rughe frontali e dalle pliche sopraorbitali che proseguono lateralmente, anche perché la piattezza della parte posteriore del cranio (fra le orecchie) differenzia la sottoregione occipitale da quella frontale. Il cranio piatto fra le orecchie è determinato dallo sviluppo verso i lati (perciò, in larghezza) dei muscoli ivi posizionati, nella loro inserzione occipitale. Un siffatto sviluppo della muscolatura superiore del cranio non è dovuto solo alla larghezza cranica, ma pure all’apofisi occipitale appena accennata, che toglie lo spazio verso l’alto. Il cranio piatto superiormente, inoltre, è il compromesso anatomico che assicura la funzionalità durante la presa e il movimento. L’apofisi occipitale, essendo il punto d’inserzione dei muscoli grandi complessi della testa e dei muscoli brachiocefalici, difatti, non potendo offrire la possibilità di uno sviluppo muscolare verticale, è favorita dalla piattezza cranica nel consentirne lo sviluppo orizzontale. Lo sviluppo di tali muscoli in prossimità dell’inserzione occipitale agevola la loro azione. I muscoli grandi complessi della regione cranica sono favoriti nell’azione di irrobustimento della testa sul collo, quale ausilio durante la presa; mentre, i muscoli brachiocefalici sono favoriti nell’azione di spostamento del braccio (omero), durante l’allungo dell’arto anteriore. I muscoli brachiocefalici, inoltre, quando l’atto della presa avviene facendo perno sugli arti anteriori, aiutano la flessione della testa, utile a rinforzare la trattenuta mascellare e ad imprimere ulteriore potenza al morso. La complessità della muscolatura craniale del mastino napoletano, infine, trova conferma nei muscoli piatti alle arcate zigomatiche. La muscolatura zigomatica non sviluppata verso l’esterno conferisce la piattezza delle pareti laterali del cranio, quale elemento indispensabile alla tipicità. Un siffatto sviluppo zigomatico dei muscoli masticatori, però, trova verso l’alto ciò che perde nello sviluppo laterale. Lo sviluppo muscolare masticatorio in verticale confeziona ulteriormente la piattaforma laterale della regione cranica, donando la tipica (totale) forma piatta al cubo cefalico cerebrale. Il muscolo masticatorio temporale, per di più, sviluppandosi verso l’alto, nel suo inserimento frontale, determina la leggera convessità della parte anteriore (superiore) del cranio. Questa posizione di sviluppo verticale del muscolo temporale sfrutta lo spazio nella fronte per recuperare la forza venuta meno dallo sviluppo laterale, per cui supplisce anche alla minore incidenza dell’altro muscolo masticatorio (massetere). La funzionalità della potenza masticatoria, conservata in tal modo, pertanto, si sposa con la tipica forma cranica. Le arcate zigomatiche molto pronunciate, per via della muscolatura masticatoria non prominente verso l’esterno, si presentano come il punto anatomico più largo del cranio. Il punto craniometrico dove si misura la larghezza cranica, perciò, rappresenta il limite in cui la parete laterale del cranio consente lo sviluppo muscolare del massetere e del temporale. La piattaforma delle facce esterne del cranio, quindi, trova nelle arcate zigomatiche il substrato osseo che si presta da confine anche per la dimensione laterale superiore (sottoregioni temporale e parietale) della cubatura cranica. L’arcata zigomatica protesa molto all’esterno è indispensabile alla funzione di cane da presa, in quanto, oltre ad allargare la struttura ossea del cranio, consente l’alloggio interno dei muscoli masticatori non sviluppati esternamente, sopperendo alla loro mancata prominenza. Il compromesso tra le arcate zigomatiche molto pronunciate e i muscoli piatti ivi inseriti è il connubio per conferire la tipicità, comunque, utile nell’aspetto funzionale di cane da guardia deterrente, che deve prevalere rispetto allo sviluppo muscolare masticatorio, utile alla funzione di cane da presa. La larghezza zigomatica superiore alla metà della lunghezza totale della testa trova nelle proprie arcate molto pronunciate l’elemento basilare della tipicità brachicefala. Il diametro zigomatico favorito dalle arcate così conformate, infatti, assicura una larghezza elevata, dato che le arcate molto pronunciate si presentano solo nei crani molto larghi, appunto, tipici delle razze brachicefale. Gli altri due fattori cranici, peraltro, strettamente interdipendenti, completano la morfologia del cranio, indispensabile per la forma della fronte. I seni frontali molto sviluppati e la sutura metopica marcata, difatti, contribuiscono a conformare la leggera convessità della parte anteriore (superiore) del cranio. I seni (bozze) frontali, soprattutto, conferiscono una fondamentale tipicità, per via dell’espressione (che ne risente) e di una serie di condizioni funzionali correlate. Il mastino napoletano, avendoli molto sviluppati, quindi, alti, larghi e prominenti, per l’appunto, acquista determinate caratteristiche. Le bozze alte e prominenti (verso l’avanti) formano la depressione seni-nasale, che disegna lo stop visto di profilo. Lo stop rilevato in tal modo si presenta decisamente marcato e garantisce il parallelismo dell’asse craniale. Allo stesso modo, collabora alla piattaforma superiore del cranio. Le bozze alte, inoltre, mantengono una certa distanza tra gli assi longitudinali superiori cranio-facciali paralleli. I seni frontali sviluppati longitudinalmente (non sporgenti, però, oltre la verticalità della depressione seninasale ad angolo retto), oltre a proteggere l’occhio, offrono lo spazio alle pliche sopraorbitali, che disegnano esternamente la leggera convessità della parte anteriore del cranio. La prominenza delle bozze, infine, fa sì che siano verticalmente ad angolo retto e non obliquamente ad angolo ottuso, che altererebbe l’espressione, la tipicità e la funzionalità. Le bozze sviluppate trasversalmente accompagnano la larghezza del cranio, contribuendo a mantenere la fronte larga. La parte anteriore del cranio risulta leggermente convessa proprio perché i seni frontali larghi non consentono alla fronte di curvarsi ulteriormente. La larghezza delle bozze forma il lato anteriore dritto del cranio, creandone la quadratura e il tratto terminale frontale della piattaforma superiore. Le bozze larghe, infine, aiutano la conformazione della piattaforma delle pareti laterali del cranio, favorendo un’angolosità simile a quella presso la zona delle orecchie. I seni frontali molto sviluppati sono un elemento indispensabile nella funzione di cane da guardia, perché servono a percepire teleolfattivamente la presenza estranea portata dall’aria. La sutura metopica marcata traccia un solco mediano frontale ben evidente, che determina – nella depressione naso-frontale – uno stop decisamente meno accennato, rispetto alla depressione seni-nasale. Vista di lato, pertanto, non è visibile; mentre, vista di fronte, divide marcatamente i seni frontali. La linea anteriore della fronte, perciò, risale obliquamente, con una lieve pendenza, quindi, non eccessiva quanto quella delle bozze. Il solco medio-frontale contribuisce a mantenere il cranio largo anche anteriormente, favorendone la quadratura. Quale elemento di tipicità e di funzionalità, trova validità se non raggiunge la parte posteriore del cranio, togliendone la piattezza. Un solco spinto posteriormente accentua le caratteristiche verso un’ipertipicità bulldoccoide, che non agevola la potenza della presa, in quanto allarga ed accorcia troppo la testa, oltre a danneggiare l’espressione. Regione facciale La faccia annovera una serie di peculiarità che assumono un’importanza meritevole di una trattazione sottoregionale. Ogni singolo elemento conformante questa regione, perciò, consente delle precise considerazioni a sé stanti. La regione facciale, attraverso le proprie sottoregioni, assolve alla funzione di cane da presa come strumento principale, tuttavia, senza venir meno il contributo come strumento altrettanto importante nell’effetto deterrente, trasmesso dal primo impatto visivo. Tartufo La posizione allineata al contorno del muso, sia al profilo superiore, sia al profilo anteriore, implica delle precise condizioni tipiche e funzionali. Il tartufo sulla linea orizzontale della canna nasale mantiene perfetto il parallelismo dell’asse facciale. La linearità del segmento nasale rappresentato dal tartufo, pertanto, fa sì che il profilo superiore del muso è completamente rettilineo in tutta la sua lunghezza. Il tartufo sulla linea verticale del muso è la conseguenza della posizione orizzontale superiore. La linearità perpendicolare garantisce la perfetta condizione della faccia anteriore del muso. La forma del muso così impostata, attraverso un’angolazione retta tra il profilo superiore (orizzontale) e quello anteriore (verticale), determina un substrato osseo della regione facciale perfettamente dritto, per cui il muso si presenta tipicamente squadrato. Il tartufo così posizionato, inoltre, consente l’ottimale flusso respiratorio, secondo l’inspirazione e l’espirazione sintonizzata alla velocità dell’azione cardio-polmonare. La voluminosità del tartufo è indispensabile per avere le narici grandi e ben aperte. Il tartufo voluminoso, infatti, offre lo spazio adeguato all’apertura maggiormente funzionale delle narici. La respirazione potrà avvenire senza difficoltà, grazie ad un’apertura terminale delle vie respiratorie capace di far passare il maggior quantitativo d’aria possibile. Il limite massimo per l’apertura delle narici è dato dal volume del tartufo in armonia con la faccia anteriore del muso. Le ali nasali, in tal modo, non si presentano troppo staccate ed indipendenti dal contesto del tartufo, per cui non ostacolano fastidiosamente il normale flusso respiratorio. Il tartufo armoniosamente voluminoso, inoltre, non si presenta “negroide”, ovvero, molto più largo che alto. Una forma “negroide” è sproporzionata, per cui modifica l’aspetto della piattaforma anteriore del muso, alterando lo spazio aperto delle narici e non acconsentendo una respirazione del tutto ottimale. Il volume confeziona la dimensione del tartufo nel contesto della regione facciale. Lo spazio occupato anteriormente (nella canna nasale) e superiormente (nella piattaforma verticale del muso) vede la superficie superiore del tartufo ampia quanto la sua superficie anteriore. La pigmentazione è il segno della salute fisiologica. Le migliori condizioni di salute derivano dalla massima pigmentazione possibile. Il pigmento, tuttavia, è in rapporto al resto della pigmentazione generale, dove il colore del mantello è predominante. Il pigmento del pelo, pertanto, condiziona la pigmentazione di tutte le mucose, tartufo compreso. La pigmentazione del tartufo nel mastino napoletano, perciò, risponde alle migliori condizioni offerte dai vari colori del mantello, fermo restando che, comunque, deve presentarsi quanto più scuro possibile, rispetto al manto stesso. Il miglior pigmento possibile si manifesta pienamente relazionato nel mastino napoletano dal mantello di colore nero. La pigmentazione del tartufo con il manto nero, infatti, è altrettanto nera, rappresentando la condizione ottimale in senso generale. Nel mastino napoletano dal mantello di colore mogano, il tartufo si presenta marrone, rappresentando la pigmentazione più facilmente sintonizzata ad un pelo così molto chiaro. Nei mantelli di tutti gli altri colori, il tartufo deve essere scuro, rappresentando, a seconda del colore del pelo, la massima pigmentazione possibile per ciascun manto. Muso La dimensione molto larga, profonda (alta) e dalla lunghezza pari ad 1/3 della lunghezza totale della testa, lo rende notevolmente pieno. La larghezza e la profondità, ovviamente, devono proporzionarsi alla lunghezza, per cui la tridimensionalità della regione facciale acquisisce una configurazione pressoché cubica, confermata dalla quadratura data dalle facce laterali parallele. La regione facciale, quindi, si presenta come un cubo dal volume inferiore pressappoco della metà rispetto al cranio. La lunghezza del muso, corrispondente a metà lunghezza del cranio, prestandosi come punto di confronto per la misura degli altri due diametri facciali, evidenzia delle proporzioni che acquistano (molto) in profondità lo spazio (poco) perso in larghezza. La larghezza, infatti, non raggiunge (mancando non tanto) la misura della lunghezza; la profondità (altezza), invece, la supera (abbondantemente). La cubatura del muso, quindi, pur equamente configurata, non ha la proporzione della precisa cubatura geometrica del cranio. I lati della figura cubica determinata dal muso, infatti, non sono uguali. I lati verticali sono superiori a quelli longitudinali e, conseguentemente, superano ancor di più quelli trasversali. Le pareti laterali della regione facciale, perciò, hanno una superficie maggiore rispetto alla superficie della parete superiore (ovviamente, anche dell’identica parete inferiore), nonché della parete anteriore. Anche la parete anteriore, sempre per via dei lati verticali, oltrepassa quella superiore (ed inferiore). Le pareti che contornano il muso, pertanto, sono decrescenti in superficie, da quelle laterali a quella anteriore ed, infine, a quella superiore (quanto quella inferiore). Il cubo facciale rettangolare, conseguentemente, è posizionato in verticale. La larghezza, tuttavia, più si avvicina alla lunghezza, più guadagna in tipicità e funzionalità. La profondità, d’altro canto, superando la lunghezza, ha la possibilità di raggiungere una misura ragguardevole, altrettanto tipica e funzionale, finché resta proporzionata. La tipicità del muso, comunque, si manifesta a seconda se visto di lato, di fronte o dall’alto. Visto di lato, il muso si presenta profondo e corto, ovvero molto più profondo che lungo. Visto di fronte, si presenta alto e leggermente stretto, ovvero molto più alto che largo. Visto dall’alto, si presenta corto e leggermente stretto, ovvero un po’ più lungo che largo. La volumetria della regione facciale, nel contesto tipico tridimensionale, trova efficacia nella duplice funzione di cane da guardia deterrente e di cane da presa. L’effetto deterrente trae vantaggio visivo dal maggior volume possibile anteposto al cranio, per cui la larghezza quasi uguale alla lunghezza, nonché l’enorme profondità e le facce laterali parallele, avvantaggiano la funzionalità, presentando, visto di fronte, una faccia anteriore del muso dalla piattaforma molto vasta. Una siffatta conformazione aumenta l’effetto deterrente al momento che il mastino napoletano apre la bocca ed abbaia. L’apertura delle fauci con una struttura morfologica e un substrato anatomico del genere, difatti, esprime un ancor più abbondante volume facciale, che avvicinandosi di più al volume del cranio, confeziona un blocco cefalico dalla voluminosità impressionante per una dimensione craniometrica canina. In occasione dell’apertura della bocca, ovviamente, il muso assume una maggiore altezza, determinando una figura geometrica dal rettangolo verticale più allungato. Una condizione strutturale così conformata, inoltre, offre delle potenzialità di presa altrettanto funzionali. La capacità del morso è sostenuta tanto dall’apertura buccale quanto dalla costruzione mascellare. Un volume del muso di tale dimensione apre uno spazio mascellare che consente alla bocca di coprire la più ampia superficie di presa. L’ampiezza della presa è dettata dalla capacità geometrica della cubatura facciale. Ragion per cui si presta meglio che la larghezza tenda a parificarsi alla lunghezza, in modo da squadrare più possibilmente il muso. La profondità, inoltre, è meglio che si mantenga rapportata sempre e solo alla lunghezza, senza conseguire l’eventuale maggior larghezza, affinché il guadagno di copertura mascellare ottenuto nel diametro trasversale non modifichi la funzionale altezza del muso. L’altezza facciale che aumenta nel caso di un muso più largo possibile, infatti, danneggia la strutturazione generale della regione. Il motivo per cui la larghezza del muso non arriva mai a parificarsi completamente alla lunghezza consiste proprio nell’equilibrio diametrale, che risulta maggiormente funzionale quando i rapporti non oltrepassano la configurazione craniometrica predisposta a conferire la più efficace potenzialità di presa, relativa al mastino napoletano. La funzionalità della presa è completata dalla potenza mascellare, che imprime al morso una notevole pressione, dovuta alla compatta tridimensionalità della regione facciale. Il mastino napoletano non ha bisogno della più ampia superficie di presa possibile, non dovendo trattenere il morso a lungo, in quanto deve terminarlo in breve tempo, grazie alla forza mascellare di cui dispone. Basta, quindi, che la copertura buccale sia la più ampia, in ragione alla massima potenza del morso. La forza mascellare, appunto, deriva dal muso corto, largo e profondo. La potenza acquisita dal diametro longitudinale corto trova efficacia dagli altri due diametri facciali molto sviluppati. La larghezza, oltre a far guadagnare l’ampiezza della presa persa in lunghezza, irrobustisce le mascelle, perché le adegua alla larghezza del cranio e, soprattutto, favorisce lo sviluppo in altezza del substrato osseo del muso. La larghezza mascellare, infatti, richiede una profondità ossea notevole, affinché il muso sia cubico. Questo comporta che la cubatura facciale usufruisca di una mascella superiore molto alta. La chiusura mascellare, ovviamente, per via di una mandibola dallo spessore adeguato alla mascella superiore, nonché dalla larghezza che usufruisce del potente ausilio del cranio molto largo, imprime la massima potenza. L’effetto mandibolare del martello trova il corrispondente effetto dell’incudine della mascella superiore molto alta, attutendo e trattenendo entro la bocca tutta la potenza impressa. Non vi è, così, dispersione della forza prodotta dal morso, dato che non trova spazio facciale per sfuggire. La dimensione del muso in lunghezza e larghezza, difatti, non consente alla forza mandibolare di espandersi troppo, considerando che la profondità mascellare compie tutta la forza d’impatto, proprio perché altrettanto potente in un contesto facciale non dispersivo. Labbra L’abbondanza della pelle su tutto il corpo apporta una copertura tegumentale abbondante pure sul muso. Una tale abbondanza cutanea, con lo spessore carnoso e la conseguente pesantezza tessutale delle labbra, aumenta la tridimensionalità della regione facciale, per di più, disegnando un caratteristico aspetto esteriore. Le mascelle molto larghe ed alte, quindi, dalla struttura possente, per coprirle adeguatamente, in sintonia al substrato scheletrico, riportano delle labbra spesse, affinché confezionino un muso dalla dimensione ben proporzionata a quella voluminosa del cranio. Il tessuto labiale dallo spessore consistente, ovviamente, è subordinato a quello del resto del corpo. La pelle abbondante in ogni regione corporea, difatti, è spessa ovunque, per cui non può essere di meno neppure nella regione facciale. Le labbra spesse si presentano pesanti, conferendo imponenza al muso, che tanto giova al funzionale effetto deterrente. L’abbondanza e lo spessore delle labbra sul muso lungo la metà del cranio, inoltre, compongono delle altrettanto tipiche quanto funzionali rughe e pliche. Il muso di tale lunghezza (cortezza), infatti, favorisce l’insorgere delle piegature del tegumento, in quanto la pelle abbondante dappertutto, come detto, non risparmia, anzi, esalta la testa più delle altre regioni somatiche. La tipicità fornita dalle rughe e dalle pliche caratterizza l’aspetto esteriore della regione facciale, secondo un’evidenziazione ottica stimolante quel senso di temerarietà cui va soggetto l’osservatore, tanto utile all’effetto deterrente. La funzione delle piegature tegumentali ha pure il ricorso storico (presumibilmente, più teorico che pratico) relativo a favorire lo scorrimento del sangue verso il basso e non verso gli occhi, durante la presa. La tipicità sostenuta su questo elemento, quindi, ha un altro supporto, in questo caso, d’ordine tradizionale. Il morso assestato dal mastino napoletano con potenza, tuttavia, producendo un risultato troncante, che porta l’azione di presa a termine in breve tempo, non ha un bisogno preponderante delle rughe e delle pliche facciali, allo scopo di far defluire il liquido ematico. L’azione troncante del morso, infatti, diminuendo il tempo di presa, non consente il deposito di liquido sul muso. Ragion per cui le caratteristiche piegature cutanee facciali assumono una funzione prevalentemente deterrente e il tipo, soprattutto, deriva dal corrispondere a questo effetto. La composizione delle labbra procura le rimanenti (derivanti) caratteristiche. L’abbondanza, lo spessore e la pesantezza, difatti, ne disegnano la forma e la posizione, inevitabilmente contornante, ovvero delimitante la regione facciale. Il connubio tra le labbra superiori e quelle inferiori fanno sì che, alla loro congiunzione, evidenzino l’abbondanza, mostrando le mucose. La commessura labiale, conseguentemente allo spessore del pesante tessuto cutaneo, scende e si scopre. La mucosa, quindi, è visibile all’occhiello formato dall’incontro delle labbra posteriormente pendenti. Il motivo della commessura labiale bassa e scoperta è fornito dalle labbra inferiori, le quali, spesse e pesanti quanto le superiori, trascinano l’angolo della rima buccale a cadere e rovesciarsi. Le labbra superiori, così, non coprono completamente quelle inferiori, pur solo nel tratto posteriore, quindi, la loro commessura si pone come il punto più basso delle labbra stesse e, dato che la regione facciale ha una delimitazione labiale anche sottostante, pure del profilo inferiore del muso. Le labbra inferiori, ovviamente, pur non quanto le superiori, ma equamente abbondanti nel rispetto del contesto tegumentale generale della testa, in tal punto (solo lì), persino, scendono ben al di sotto della mandibola ed oltre il margine labiale sovrastante. La posizione della commessura labiale perpendicolare all’angolo esterno dell’occhio fa prendere tutto lo spazio disponibile nella lunghezza del muso, per offrire una rima buccale più lunga possibile. Ciò comporta un’apertura della bocca longitudinalmente allungata, finché il muso lo consente. Questa possibilità, certamente, favorita dall’abbondanza labiale, adatta ad accompagnare l’apertura buccale con l’elasticità tegumentale necessaria, giova alla copertura della superficie di presa, in quanto sfrutta la lunghezza mascellare. Nel muso corto del mastino napoletano, la necessità di usare tutta la sua lunghezza si trasforma nella massima funzionalità longitudinale di una testa così fortemente brachicefala e brachignata. La commessura labiale posta perpendicolarmente all’angolo palpebrale esterno, pertanto, fornisce il più funzionale diametro longitudinale, ricavabile in un contesto facciale altrimenti ancora meno utile, se il muso non potesse usufruire dell’intera lunghezza mascellare, già corta (ma sarebbe decisamente peggiore se la commessura labiale fosse più antistante) per ottenere la più efficace copertura della superficie di presa. La commessura labiale posizionata bassa, come detto, tale da rappresentare il punto più inferiore delle labbra e, per via della loro abbondanza, pure del muso, fa sì che le labbra superiori scendano molto al di sotto della mandibola. Il profilo inferiore laterale del muso fornito dalle labbra superiori, pertanto, copre abbondantemente il profilo mandibolare. Lo spazio tra il margine labiale superiore così disceso e le branche mandibolari risulta notevole, stante la tipica e funzionale profondità della regione facciale, delimitata inferiormente dalle abbondanti labbra superiori. La distanza inferiore tra le sovrastanti labbra superiori e le sottostanti labbra inferiori è minore, rispetto alla distanza con la mandibola, ovviamente, perché la pelle mandibolare è rilassata dall’abbondanza cutanea inevitabilmente presente anche lì. La dimensione del muso data dalle labbra superiori molto sviluppate in altezza è fondamentale nell’effetto deterrente. La cubatura della regione facciale è conformata e favorita dalle labbra superiori così discese, la quale deficienza di sviluppo verticale diminuisce la dimensione del muso e il conseguente effetto deterrente. Scade, in tal modo, pure la tipicità, poiché la forma del muso si modifica. La funzione dello sviluppo verticale delle labbra superiori avvantaggia l’effetto deterrente quando il mastino napoletano abbaia. L’apertura della bocca, infatti, non diminuisce l’effetto deterrente, che può perdersi dalla suddivisione del blocco mascellare, con il distacco della mandibola dalla mascella superiore, causante lo spazio vuoto intermascellare. La copertura dell’intera regione facciale resta garantita dalle così verticalmente abbondanti labbra superiori, in modo che il blocco mascellare aperto, pur distanziando le mascelle, rimane ugualmente coperto dal tegumento labiale. Il muso, quindi, si presenta pieno, seppur virtualmente, in quanto si tratta sì di una copertura totale della regione facciale, nonostante l’apertura della bocca, ma la pienezza interna è sacrificata dalla distanza intermascellare. A bocca aperta, ovviamente, la forma cubica del muso subisce un allungamento verticale, determinando una figura geometrica ancora più accentuata in altezza. Tutta la conformazione labiale superiore conduce a determinare una disgiunzione anteriore a forma di “V” rovesciata, che è la conseguenza dell’abbondanza, dello spessore e della pesantezza tegumentale. L’abbondanza fa sì che la “V” rovesciata sia alquanto allungata, ossia dal punto dove inizia la disgiunzione al punto più basso dei margini labiali anteriori, prima che curvino lateralmente, esiste una certa distanza. Tale distanza disgiuntiva è sinonimo delle labbra molto sviluppate verticalmente. Lo spessore tegumentale antepone le labbra superiori. La parte superiore del muso, per questo, sopravanza la parte inferiore. Le labbra superiori sopravanzate non trovano appoggio sottostante per i propri margini, per cui anche a bocca chiusa la disgiunzione labiale anteriore disegna la tipica “V” rovesciata. La pesantezza del tessuto labiale favorisce tale disegno disgiuntivo, che si manifesta tale e quale alla disgiunzione visibile a bocca aperta. A bocca chiusa, la “V” rovesciata assicura la tipicità, perché accompagnata dallo sviluppo labiale verticale. Il disegno disgiuntivo anteriore funziona egregiamente a favore dell’effetto deterrente del muso. A bocca aperta, infatti, le labbra superiori abbondanti, spesse e pesanti, ideali a formare la “V” rovesciata, scendono sulla faccia anteriore del muso, mantenendo la visuale di un blocco facciale più coperto possibile. Anche in tal modo, la voluminosità del muso non perde efficacia dal vuoto che la bocca aperta determina anteriormente. La “V” rovesciata, come tutte le altre caratteristiche labiali, evidenzia che la priorità funzionale spetta all’effetto deterrente, piuttosto che alla presa. La funzione di presa, dal punto di vista labiale, non è agevolata al massimo, ma l’effetto deterrente che le labbra impongono al muso prevede un compromesso del genere. Mascelle La constatazione che sono forti è verificabile dallo sviluppo tridimensionale del muso, assicurante un substrato osseo consistente. Forti mascelle è sinonimo di morso potente, quindi, della massima funzionalità nel mastino napoletano. Le branche, conseguentemente, sono ben robuste, per quella sintonia mascellare tanto efficace. Le branche mandibolari ben robuste svolgono l’effetto del martello adeguato all’effetto dell’incudine della mascella superiore, perciò, il morso ottiene tutta la potenza sprigionata da un substrato osseo così fortemente conformato. La mandibola ben sviluppata lateralmente non diminuisce la forza ossea. Serve, soprattutto, ad assicurare che il muso non sia troppo corto. Lo sviluppo laterale della mandibola, comunque, avviene entro il forte contesto osseo dell’intera struttura mascellare. Non può, pertanto, oltrepassare quel limite di lunghezza condizionato dalla forte ossatura facciale. Le arcate dentarie combacianti derivano dall’identica lunghezza della mascella superiore e della mandibola. Trattengono tutta la potenza espressa dalle forti mascelle. L’effetto del martello della mandibola non si disperde, perché completamente attutito in ogni punto dall’effetto dell’incudine della mascella superiore, che lo traduce nel morso potente e troncante. Gli incisivi regolarmente allineati sono sinonimo della larghezza delle mascelle, perciò assicurano la capacità trasversale della superficie di presa e lo sviluppo mascellare che fornisce la massima funzionalità, non solo nella presa. Il diametro trasversale del muso favorito dall’allineamento degli incisivi, difatti, offre la larghezza adeguata alla cubatura della regione facciale, necessaria pure all’effetto deterrente. Denti La salute della dentatura è manifestata dal colore bianco. Lo smalto pulito, conseguentemente, assicura che i denti, appunto, perché sani, sono nelle condizioni ottimali per adempiere alla funzione di presa. Lo sviluppo della dentatura è agevolato dalla salute indicata dallo smalto pulito. I denti bianchi, infatti, ottengono il miglior processo di sviluppo. La dentatura ben sviluppata è indispensabile per sintonizzarsi alle forti mascelle. La potenza mascellare, così, trova corrispondente funzionalità nell’applicazione terminale dell’azione di presa (morso). La presa, in effetti, è agevolata dai denti ben sviluppati, dato che sono in grado di tradurre tutta la forza ricevuta dalla base ossea, ove sono impiantati. L’allineamento dell’impianto dentario esprime la correttezza delle mascelle. I denti regolarmente allineati consentono la più efficiente posizione nella chiusura mascellare. Chiudono, pertanto, secondo il più ottimale contatto. Il morso ne trae il massimo vantaggio, determinato dalla superficie di presa che usufruisce dell’allineamento, per presentarsi ampia. Il numero completo di denti è la garanzia delle corrette dimensioni del muso, qualora siano ben sviluppati ed allineati. La dentatura completa consente la migliore funzionalità per un cane da presa e, nel caso del mastino napoletano, appunto, perché garante dei diametri della regione facciale, favorisce l’effetto deterrente, che tanto dona alla tipicità. Tutte le caratteristiche relative alla dentatura conducono alla chiusura anteriore, per vederla presentata a forbice o a tenaglia. Entrambe queste chiusure anteriori annoverano le mascelle lunghe eguali. La rilevazione del morso chiuso agli incisivi consente di appurare la lunghezza mascellare, che pur eguale nel substrato osseo, può presentarsi nei due modi di contatto dentario, a seconda della posizione. La mascella superiore e la mandibola di eguale lunghezza producono un contatto degli incisivi rivolto a manifestare le due posizioni che si differenziano nella conclusione funzionale. La chiusura a forbice produce un morso più adatto a tagliare e trattenere; mentre, quella a tenaglia applica una maggior pressione, dato che si oppone perfettamente. La chiusura a tenaglia, però, accusa un maggior logorio, non solo durante l’azione di lavoro, ma pure a riposo, stante il contatto tra i margini superiori (fior di giglio) degli incisivi. Attivata nel lavoro, infatti, la tenaglia pressa nella stessa direzione, concentrando la potenza mascellare nello stesso punto, cioè, nei margini liberi, simmetricamente opposti l’uno all’altro. Il logorio è accelerato durante il riposo a bocca chiusa, dove il contatto tra i margini liberi fa usurare ciascun incisivo direttamente dall’omonimo della mascella opposta. La dentatura a tenaglia, pertanto, logorandosi più in fretta, sia nel lavoro, sia a riposo, penalizza la funzionalità nel corso del tempo, facendo diminuire la potenza del morso con l’età, oltretutto, aggravando la regolare usura in un più breve spazio temporale. La chiusura a forbice, tuttavia, perde in potenza, in quanto non applica pienamente la forza mascellare, disperdendola dalla mancata opposizione simmetrica. Il lavoro di presa del mastino napoletano, appunto, agevolato dal potente morso troncante, non trova nella dentatura a forbice la massima applicazione delle peculiarità mascellari. Ragion per cui disperde una percentuale di potenza e, sotto questo punto di vista, il morso è inferiore alla tenaglia. Il vantaggio derivato dal minor logorio, però, rende il mastino napoletano chiuso a forbice funzionale per un tempo maggiore. La potenza mascellare, inoltre, è talmente pressante che la funzione troncante conduce ugualmente allo scopo, senza difficoltà. Verso la funzionalità della presa, poi, intervengono tutti i denti, non solo gli incisivi, che sono, tra l’altro, i meno adatti ad imprimere la potenza mascellare. I denti laterali (premolari e molari), difatti, offrono una maggior applicazione della potenza mascellare, oltre perché più larghi, quindi, più adatti a pressare, anche per la leva meccanica più efficace. Posizionati arretrati, quelli centrali, ossia i premolari più grandi (Pm3 e Pm4) e i molari adiacenti (M1 e M2), si giovano dell’ausilio della leva meccanica che, in tal punto, applica il maggior concentrato di forza, rispetto alle leve meccaniche di altro genere, applicate in altri punti delle mascelle. La chiusura degli incisivi a forbice, inoltre, trova ausilio pure dai canini, che posti a loro lato si prestano ad applicare la potenza mascellare tramite la penetrazione in profondità, favorita dalla loro forma appuntita e dalla loro lunghezza. Succede, pertanto, che gli incisivi a forbice, nel complesso della dentatura del mastino napoletano, risultano i più indicati, perché si logorano meno, mantenendosi salutari e funzionali più a lungo. La minor pressione degli incisivi, come detto, trova aiuto dalla pressione decisamente troncante degli altri denti più adatti a tale compito, per cui non si presta necessaria la chiusura anteriore a tenaglia, nemmeno per questo scopo. Secondo tutto ciò, quindi, la chiusura più funzionale che, per di più, mantiene più tempo il cane in salute, tra le due, è quella a forbice, seppur la differenza è minima. Occhi La posizione subfrontale è dettata dalla testa brachicefala, ovvero dal cranio largo. L’asse palpebrale, che congiunge i due angoli degli occhi, quindi, si presenta leggermente obliquo, rispetto alla posizione frontale. L’orizzonte, conseguentemente, determina con l’asse oculare centrale un angolo minimo. La lieve obliquità dell’asse centrale dell’occhio è, pertanto, la posizione più tipica nel mastino napoletano, stante la correlazione con le altre caratteristiche tipiche, che sono tali in quanto pure funzionali, appunto, come la brachicefalia e la larghezza cranica determinante questa tipologia. L’occhio subfrontale acquista valore esclusivo nella tipicità di razza, dunque, perché si pone come la posizione occupata entro una testa funzionale negli altri aspetti, prevalentemente craniometrici. Gli occhi subfrontali, infatti, sono sinonimo della craniometria ideale. La stessa posizione subfrontale e il cranio largo mantengono gli occhi ben distanziati l’uno dall’altro. La tipicità trae dalla distanza degli occhi gli elementi espressivi favoriti dal contesto generale della testa. Gli occhi distanti, assolutamente, sono contenuti in una testa brachicefala. La forma dell’occhio vede la rima palpebrale tendente al rotondo strettamente dipendente alla posizione. Gli occhi subfrontali non possono altro che avere l’ogiva molto grande, per cui contornante il bulbo oculare con un disegno rotondeggiante. Il bulbo oculare, tuttavia, si presenta infossato, pur se rotondo. L’infossatura dell’occhio, pertanto, non dipende dalla rima palpebrale, in quanto rotonda lo copre poco e lo lascia ben aperto. Ragion per cui il bulbo infossato è determinato dalle caratteristiche circostanti, imputabili alla pelle abbondante della testa. La pelle sopracciliare, infatti, copre l’occhio, rima palpebrale compresa, al punto di presentarlo arretrato per conseguenza dello spessore cutaneo sovrastante. L’abbondanza e lo spessore del tegumento sopracciliare, quindi, lo infossa, nonostante che la forma del bordo palpebrale lo favorirebbe diversamente. Il compromesso tra l’infossatura causata dallo spessore e dalla plica della pelle sopracciliare con il bulbo oculare ben aperto dal bordo palpebrale rotondeggiante fa sì che l’occhio sia solo leggermente arretrato. La leggera infossatura, però, già acquisisce valore funzionale. L’occhio, difatti, pur leggermente infossato, resta protetto. Nella funzione di cane da presa evita contatti debilitanti durante la fase del morso. Si rivela d’aiuto anche nella funzione di cane da guardia, in quanto lo protegge da eventuali colpi portati agli occhi, ma prima ancora comunica l’effetto deterrente con uno sguardo più impressionante. La pigmentazione scura dell’iride non giova all’effetto deterrente comunicato con lo sguardo, il quale è determinato dalla tonalità più chiara possibile. L’occhio chiaro, effettivamente, incupisce l’espressione, ma anche nel mastino napoletano è preferita l’iride ben pigmentata. L’occhio scuro, infatti, presentando notevoli vantaggi alla vista, risulta funzionale in ogni mansione. Una vista perfetta è necessaria in qualsiasi circostanza. Ragion per cui l’iride deve essere più pigmentato possibile, quindi, sempre più scuro rispetto al colore del mantello. La pigmentazione dell’occhio più scura del mantello garantisce la massima tonalità che quel cane può avere. Nel caso del colore dell’iride, non si consente il compromesso dell’occhio chiaro per incupire l’espressione al fine della funzione di cane da guardia deterrente. Una vista peggiore, anzitutto, svantaggia il cane nell’individuare la fonte del pericolo, per cui non potrebbe immediatamente esercitare l’effetto deterrente dell’iride chiara. La prima situazione che il mastino napoletano deve affrontare è quella di vedere da dove proviene il pericolo, tramite una vista ottimale; poi, sempre nel pieno delle facoltà visive, può intervenire senza deficienze a metterlo in precarie condizioni d’intervento. Nella funzione di cane da guardia, pertanto, le prerogative funzionali più efficaci, in tal senso, hanno la precedenza, rispetto ad una caratteristica che nuocerebbe alla mansione stessa, fin dall’inizio dell’azione di lavoro. C’è da aggiungere che, pur se l’occhio chiaro incupisce l’espressione e favorisce l’effetto deterrente, la leggera infossatura del bulbo oculare diminuisce l’effetto stesso, rendendolo poco visibile, per cui, in questo senso, perde di funzionalità, fermo restando che l’occhio infossato è già deterrente per tale caratteristica, quindi, non ha particolare bisogno di un colore dell’iride difettoso. L’effetto deterrente, inoltre, è garantito già efficacemente e in misura preponderante dall’insieme delle caratteristiche etniche del mastino napoletano. L’occhio chiaro non giova neppure nella funzione di presa per le stesse ragioni. Le difficoltà visive non consentono di giungere ad assestare il morso nelle condizioni più facili. L’occhio scuro, quindi, favorisce il momento precedente agli interventi di lavoro durante entrambe le mansioni cui è chiamato il mastino napoletano. Nel contesto che consegna la miglior espressione alla tipicità, infine, l’occhio scuro, rapportato nella tonalità più intensa rispetto al colore del mantello, favorisce l’aspetto comunicativo trasmesso dallo sguardo particolarmente efficace verso il padrone e la sua famiglia. Orecchie La caratteristica del padiglione auricolare di piccola dimensione assume importanza funzionale e, conseguentemente, acquisisce una percentuale di valore nel contesto della tipicità. Le orecchie piccole esaltano l’aspetto deterrente della testa in generale e del cranio in particolare, perché non nascondono le dimensioni craniometriche. La regione cranica, pertanto, si presenta nell’effettivo volume, rivelandosi deterrente per ciò che propone come cubatura del substrato anatomico. Le orecchie grandi, infatti, non favoriscono un maggior effetto deterrente, con il semplice fatto di aumentare la dimensione esterna del cranio. L’effetto deterrente a causa delle orecchie grandi perde efficacia, perché tolgono l’armonia al cranio e alla testa, allargando virtualmente una struttura già imponente e, quindi, predisponendo delle dimensioni sgraziate, affatto utili ad incrementare un aspetto esteriore più che sufficiente nell’architettura di sviluppo dell’insieme cefalico. Il padiglione auricolare che si presenta piccolo in rapporto alla mole del cane diventa poco evidente nel complesso architettonico della testa e non disturba il reale apporto funzionale della struttura anatomica quale deterrente. L’appendice piccola, inoltre, offre un appiglio minore a favore dell’avversario durante la presa. Ciò agevola l’intervento del cane, evitando ferimenti gravi, se l’avversario afferra l’orecchio. Afferrare il padiglione auricolare può avvenire facilmente, dato che una volta andato in presa il cane pone la testa a ridosso della sua vittima, la cui reazione si manifesta spontaneamente sul punto più vicino, che automaticamente sottopone l’orecchio a portata di mano. Il malintenzionato, finanche afferrato ad un braccio, può esercitare istintivamente la reazione di afferrare, a sua volta, con il braccio libero, ciò che riesce a raggiungere, per cui, con la testa addosso, l’appendice auricolare grande si propone come il punto più evidente alla portata dell’istintivo contrattacco avversario. Il morso potente e troncante riduce i tempi dell’azione di presa, perciò la reazione dell’avversario può essere negata in fretta, ma nel caso avvenga un pur minimo contrattacco ecco che l’orecchio ferito debilita il cane nel prosieguo delle giornate di lavoro, cui non potrà essere successivamente disponibile con la stessa efficacia funzionale. L’appendice grande, poi, offre una più ampia superficie di contatto da afferrare, predisponendo l’orecchio ad una più facile possibilità di ferirsi gravemente, dato che può essere esercitato un maggior appiglio su cui si scarica la forza reattiva dell’avversario. La definizione di orecchie piccole in rapporto alla mole del cane trova applicazione nella forma triangolare del padiglione, che inserito al di sopra dell’arcata zigomatica e portato aderente alla guancia, come detto, non deve deformare l’effetto deterrente della testa. L’aderenza alla guancia serve per non allargare il cranio oltre il dovuto, allo scopo di non causare la dimensione sgraziata dell’intera regione. L’inserzione posizionata sopra l’arcata zigomatica è la conseguenza della testa brachicefala e della relativa larghezza del cranio. L’orecchio inserito al di sopra dell’arcata zigomatica pone il punto più basso del padiglione situato più alto del livello dell’occhio, determinato dal prolungamento immaginario verso l’indietro dell’asse palpebrale. L’occhio subfrontale, essendo appena (poco) obliquo, non porta il proprio asse centrale a salire posteriormente troppo verso alto, come è constatabile dalla posizione dell’angolo palpebrale esterno, per cui l’orecchio attaccato alto, in realtà, occupa una buona parte del tratto superiore e laterale del cranio. La forma triangolare è garante di un padiglione auricolare non troppo grande, perché non può superare una lunghezza che copra troppo il cranio. La superficie triangolare dell’appendice auricolare, infatti, non può essere eccessiva, se no la forma si presenterebbe disarmonica, rovinando l’aspetto geometrico dell’orecchio stesso. Considerando che il padiglione è piatto, una forma triangolare con i lati disarmonici determinerebbe un orecchio talmente lungo, al punto che l’aderenza alla guancia non si manifesterebbe totalmente, acconsentendo all’apice di staccarsi e sbattere fastidiosamente durante ogni azione dinamica. L’orecchio integro, pertanto, grazie alla superficie piatta, nonché alla piccola dimensione (valutata in rapporto alla mole del cane) e alla forma triangolare che ne consegue, aderisce alla guancia senza modificare l’aspetto esterno del cranio. L’amputazione del padiglione auricolare acquista relazione con quanto descritto, per cui la tipicità e la funzionalità vengono ulteriormente favorite. La conchectomia, per questo, deve fornire all’appendice auricolare la minor superficie, in modo che l’appiglio sia disponibile il meno possibile e l’effetto deterrente della testa non sia diminuito da una forma disarmonica, per quanto artificialmente ritoccata. L’intervento chirurgico, dovendo solo favorire il miglior apporto dell’orecchio alla tipicità e alla funzionalità, deve ottenere strumentalmente una forma triangolare quasi equilatera, affinché la struttura architettonica di una testa grande e pesante sia avvantaggiata dall’esaltazione delle qualità contestuali. L’amputazione equilatera, perciò, deve basarsi sulla misura della larghezza all’attaccatura dell’orecchio e mantenere i margini del padiglione di quella stessa lunghezza. L’orecchio conchectomizzato rimane portato alto sul cranio. Offre il minor appiglio possibile e non infastidisce l’azione dinamica, dato che non aderisce alla guancia sulla quale sbatterci. Il ricorso ad un’amputazione maggiore, quasi totale, togliendo praticamente l’intera appendice auricolare, cancella completamente l’appiglio e non presenta alcun ingombro all’architettura del cranio, acconsentendo che l’effetto deterrente della testa sia giovato dalla sola visione della voluminosità cefalica, senza la benché minima traccia sgraziata. Collo Le particolarità della regione cervicale si manifestano nel profilo, nella lunghezza, nella forma e nella pelle che la ricopre. Le caratteristiche del collo, oltre che funzionali, soprattutto, per una caratteristica assolutamente indispensabile (la pelle), partecipano alla tipicità in notevole percentuale d’importanza. Profilo del collo Prendendo in considerazione solo il margine superiore, questo si presenta leggermente convesso. La convessità superiore della regione cervicale favorisce ciascuna azione dinamica entro il raggio geometrico della curvatura fornita. L’azione del collo poco convesso favorisce la produzione di forza. Il profilo leggermente convesso del mastino napoletano, ovviamente, è utile a produrre la forza necessaria a sostenere e a coadiuvare la potenza mascellare durante la presa. La leggera convessità del profilo superiore, infine, evidenzia che il collo del mastino napoletano non è elegante, bensì conferisce l’aspetto potente, che aumenta l’effetto nel cane da guardia deterrente. Lunghezza del collo Rapportata circa a 2,8/10 dell’altezza al garrese, evidenzia una regione cervicale molto corta. Consegue che non raggiunge la misura della lunghezza totale della testa, per cui il collo corto esprime la potenza sulla quale il mastino napoletano costruisce la propria funzionalità. La regione cervicale molto corta favorisce ulteriormente l’azione dinamica potente, perciò la funzione di presa (morso) ne trae il massimo vantaggio. Il collo lungo nella percentuale del 28 % dell’altezza al garrese, indipendentemente dal rapporto con la lunghezza della testa, è già di per sé molto corto, ben oltre a quanto basta per sfoggiare quella potenza cervicale coadiuvante l’azione di presa e donante un maggior effetto deterrente, grazie all’impatto visivo più impressionante che riesce a causare. La lunghezza del collo inferiore a quella della testa acquista il più vantaggioso rapporto funzionale se non oltrepassa il limite di cortezza, che sancisce l’espletamento delle funzioni locomotorie. Il collo meno lungo della testa, pertanto, non può raggiungere una misura che, pur favorendo la potenza nella presa, nonché l’effetto deterrente, comprometta la dinamicità del movimento. Forma del collo L’aspetto troncoconico sancisce che il collo non ha la medesima circonferenza in tutta la sua lunghezza. Questo fa sì che tra i suoi limiti esiste una differenza perimetrale. Il perimetro al limite anteriore, confinante con la testa, quindi, non è uguale al perimetro del limite inferiore, confinante con il tronco. L’uscita del collo dal tronco, vista la possente costruzione brachimorfa, è molto ampia, per cui si presenta superiore rispetto al punto di congiunzione con la testa. L’ampiezza del collo nell’inserimento sul tronco garantisce che la spalla è lunga, in quanto questa correlazione è strettamente interdipendente. Il collo, infatti, esce maggiormente ampio più la spalla è lunga. La regione cervicale prende la forma troncoconica perché la parte posteriore (base) del cranio non è ampia quanto la lunghezza della spalla. Significa che il diametro sezionale al confine con la testa è minore di quello al confine con il tronco. La differenza, tuttavia, è minima, stante la testa massiccia e la notevole circonferenza cranica. Va da sé, pertanto, che il collo si affusola di poco dal tronco verso la testa. Il perimetro di circa 8/10 dell’altezza al garrese, riferito alla metà della sua lunghezza, quindi, rappresenta la misura intermedia. La circonferenza maggiore all’uscita dal tronco e minore all’attaccatura con la testa, però, dato che la differenza è limitata, non varia più di tanto da questa misura, che va indicativamente presa per l’intera lunghezza cervicale. Il perimetro nella percentuale di un 80 % dell’altezza al garrese, perciò, fa sì che il collo sia possente, rivelandosi funzionale nel coadiuvare la testa durante l’azione della presa e nel dimostrare la massa anatomica efficacemente deterrente durante la mansione della guardia. La massa troncoconica così conformata e consistente propone una muscolatura ben sviluppata. Il collo ben muscoloso conferisce adeguato supporto all’ossatura cervicale, affinché il perimetro raggiunga la misura ottimale. La forma troncoconica appena evidente fa risultare uno sviluppo muscolare uniforme in tutta la lunghezza. La regione cervicale ben muscolosa favorisce il volume, determinando il perimetro molto ampio. Pelle del collo La particolarità dell’abbondanza di tegumento su tutta la superficie corporea del mastino napoletano si manifesta con più importanza, soprattutto, sul collo. La pelle abbondante, infatti, unitamente alle importanti rughe e pliche della testa, trova proprio nel collo il massimo sviluppo particolare. La copertura tegumentale della regione cervicale sfocia nella lassità dello sviluppo cutaneo sottostante, dove la pelle compone una caratteristica giogaia. Le pieghe cutanee situate sulla faccia sottostante del collo, appunto, rispondono al particolare bisogno di conformare un contesto tegumentario maggiormente abbondante, laddove serve per soddisfare l’apporto della pelle verso la più efficace caratteristica di tipicità e funzionalità. Nel contesto della pelle contornante le due regioni somatiche anteriori, il connubio tra la testa e il collo, tramite l’abbondanza tegumentale, si manifesta nel conferire un disegno di lassità assolutamente caratteristico, in quanto dona al mastino napoletano l’aspetto esteriore che lo rende inconfondibile. La tipicità, pertanto, si caratterizza dalla presenza di una giogaia composta secondo il contesto dell’abbondanza cutanea generale, pur sviluppandosi entro un limite di lassità quasi indipendente dallo sviluppo tegumentale circostante. La giogaia, quindi, si presenta con una conformazione ben definita, indipendentemente dalla pelle più o meno abbondante, che ricopre e caratterizza la testa. La pelle abbondante al punto di formarsi in giogaia trova l’espletamento funzionale quale componente dal maggior effetto deterrente, se considerata nel contesto della lassità tegumentaria generale; nonché, quale componente di protezione delle parti anatomiche ivi coperte, se considerata soltanto nella posizione somatica occupata. La ricchezza di pelle lassa al margine inferiore del collo trova il limite di sviluppo cutaneo nella suddivisione derivante dai punti ove inizia. Partendo dalle branche mandibolari, si avvale di due punti dai quali si sviluppa protraendosi fino alla metà del collo. La pelle lassa al margine inferiore del collo, quindi, nasce dalla zona somatica antistante, dalla quale dipende nella conformazione del tratto di giogaia pertinente alla regione cervicale. I due punti iniziali sviluppano la giogaia verso una duplice piegatura rilassata, relativa a ciascuna delle branche mandibolari. La pelle della giogaia del tratto mandibolare, perciò, nasce parallela, giacché distinta dalla distanza tra le due branche, per cui è nettamente suddivisa dallo spazio lasciato dal canale somatico, privo di lassità cutanea, entro i due limiti ossei laterali della mascella inferiore. La giogaia che parte suddivisa dalle branche della mandibola prosegue parallelamente, finché termina a metà lunghezza del collo. La metà anteriore della parte sottostante del collo, quindi, è quella ed unica ad essere ricoperta dalla giogaia, rappresentando la condizione che consente al margine inferiore della regione cervicale ricco di pelle lassa a non presentarla troppo abbondante. La condizione dettata dalla suddivisione della giogaia dai punti iniziali delle branche mandibolari pone il limite dello sviluppo longitudinale della ricca pelle lassa proprio arrivando fino alla metà anteriore del collo. La lassità della pelle, così, si presenta ben suddivisa e non abbondante. Sconfinando oltre il limite intermedio, per arrivare a coprire parte della metà posteriore del collo, la pelle lassa, già ricca anteriormente, perde lo sviluppo parallelo imposto dalle branche della mandibola, poiché l’aumento della ricchezza cutanea, mediante il suo sviluppo in lunghezza, porta la giogaia ad ammassarsi, più si allontana dal punto ove inizia a suddividersi. Mancando i punti anatomici dettati alla suddivisione, la giogaia si avvia ad unirsi, finché la rilassatezza tegumentale perde la direzione obbligata dalla mandibola. La pelle rilassata a partire dalle branche mandibolari, difatti, non arriva a mantenersi ben suddivisa oltre una certa continuazione longitudinale, per cui si unisce superando la metà del collo, dove perde l’obbligata direzione iniziale. Oltrepassando il limite dello sviluppo longitudinale che, tra l’altro, garantisce una giogaia non abbondante, la pelle aumenta al punto di rilassarsi ulteriormente, a causa della pesantezza. La giogaia più abbondante, come detto, si ammassa indivisa, persino, compromettendo la suddivisione anteriore, con le condizioni di lassità che la possono unire già a ridosso del limite delle branche mandibolari. La giogaia ammassata al collo, rivelandosi indivisa ed appesantita, si presenta come l’indice di una scadente funzionalità. Composta seguendo uno sviluppo trasversale, invece che longitudinale, esprime una carente tonicità sottostante. La stessa tipicità risente dell’eccesso di lassità cutanea, poiché la giogaia non è più tale, ma soltanto un accumulo di pelle. La pelle così troppo abbondante ed ammassata non acquista neppure un maggior effetto deterrente, in quanto fa apparire il collo solo come sgraziato, perciò antiestetico. Tronco La costruzione rettangolare si evidenzia in un diametro longitudinale che, superando l’altezza al garrese del 10 %, fa apparire il mastino napoletano allungato, tra l’altro, ben oltre il confine della quadratura. Il rettangolo determinato dal tronco, quindi, fuoriesce dalla compattezza della costruzione quadrata, presentandosi alquanto superiore alla figura geometrica equilatera. L’allungamento della costruzione del mastino napoletano è accompagnato da una struttura architettonica adeguata, pena la carenza funzionale, che il tronco rettangolare manifesta in debolezze fisiche, maggiormente evidenti più il tratto dalla punta della spalla alla punta della natica si presenta superiore all’altezza al garrese. Consegue che l’impalcatura scheletrica risulta notevolmente sviluppata, affinché supporti il tronco molto allungato. Linea superiore del tronco Il tratto anatomico dell’intero profilo superiore del tronco manifesta la robustezza necessaria presentandosi pressoché rettilineo in tutta la sua lunghezza. L’unico punto leggermente elevato della linea che congiunge il collo alla groppa è proprio quello iniziale, rappresentato dal garrese. La regione delle prime vertebre dorsali delimitate dalle scapole non è molto elevata, perché il mastino napoletano, quale cane che sviluppa forza fisica, piuttosto del movimento, ha bisogno della massima e regolare orizzontalità della linea superiore del tronco, in modo che lo sforzo muscolare non finisca verso l’alto, a seguire un garrese molto di più sopraelevato, bensì resti il più basso e lineare possibile nella continuità di prosecuzione dalla groppa verso il collo. L’esigenza di restare abbassato deriva dal mantenere parallela al suolo la forza muscolare impressa in avanti dal treno posteriore. Mantenuta parallela tramite l’orizzontalità dell’intera linea superiore del tronco, ecco che il tratto di forza si scarica in fretta verso terra, senza disperdersi lungo una distanza maggiore, se fosse allontanata dal garrese più sopraelevato, quindi, in prossimità della testa, che è, invece, proprio dove serve, per coadiuvare l’azione di presa (morso), nel modo in cui la pressione sull’appoggio degli arti solidifica la postazione quadrupedale, generante la stabilità necessaria al mastino napoletano. La forza scaricata in tutta la potenza prodotta e disponibile, trattenuta dalla più breve distanza imposta dal parallelismo orizzontale delle due linee che delimitano longitudinalmente la costruzione (quella dorsale e quella plantare), perciò, si presta ad agevolare la funzione dell’impalcatura scheletrica come il contrappeso più efficace nel supportare la presa. La lunghezza del garrese agevola la linea superiore del tronco a mantenersi completamente rettilinea, poiché il lieve dislivello con il dorso risale dolcemente, assorbendo la forza muscolare trasferita anteriormente, senza un brusco passaggio tra le due confinanti sottoregioni, che sarebbe tale da compromettere il risultato della trattenuta orizzontale (parallela alla linea plantare) e continuativa in avanti della potenza fisica prodotta posteriormente. L’allungamento del punto anatomico rappresentato dalle prime cinque vertebre dorsali, pertanto, in virtù di non essere molto elevato, trova il leggero tratto saliente adatto a facilitare, con una limitata pendenza, la continuazione del potente trasferimento dell’energia muscolare. Il profilo della parte iniziale della linea superiore del tronco, perciò, si presenta con l’apice delle scapole appena risalente, quasi a prolungare il dorso, senza indebolirlo nell’efficacia funzionale, a causa di un dislivello troppo accentuato. La regione del garrese larga è conseguente alla necessità che tutta la faccia superiore del tronco sia molto ampia, allo scopo di avere lo spazio per allargare la composizione della forza muscolare del dorso. L’orizzontalità, unitamente all’ampiezza, compone una piattaforma dorsale che risulta tanto più efficace quanto più piana, nonché capiente, è la superficie superiore del torace e delle retrostanti regioni (lombi e groppa). Il garrese, appunto, è largo perché situato su una struttura architettonica ampiamente brachimorfa, dove la larghezza dell’intero spazio longitudinale del tronco fa raggiungere alla propria piattaforma superiore una tale capienza di centimetri quadrati tra le maggiori nel panorama delle razze appartenenti allo stesso tipo costituzionale. La faccia superiore del tronco ampia e piatta distribuisce la forza fisica secondo una diffusione trasversale alquanto ravvicinata alla misura della diffusione longitudinale, equilibrando la disponibilità della potenza muscolare su un parallelismo identico tra la piattaforma dorsale e la base plantare. L’ampiezza del quadrilatero di sostegno (delimitato dagli arti), perciò, equivale a quella del quadrilatero parallelo (delimitato dal collo [margine posteriore], dal torace e dalla groppa), per cui la forza composta superiormente si allarga occupando la superficie di pressione verso il basso, che serve per coprire lo stesso spazio sottostante, deputato a raccogliere totalmente la potenza fisica sovrastante, affinché la funzionalità di cane possente non abbia inutili dispersioni, bensì sfrutti completamente quanto produce. Dorso Il tratto del torace dopo (dietro) il garrese largo è indispensabile all’ampiezza della superficie superiore del tronco, in quanto dalla larghezza della regione dorsale dipende la larghezza delle due regioni retrostanti (lombi e groppa), nonchè della regione antistante (garrese). La lunghezza del dorso di circa 1/3 dell’altezza al garrese risponde all’elevata profondità (lunghezza) del torace, per soddisfare la capienza dello spazio volumetrico in senso longitudinale. Il dorso così lungo, oltre a comporre una gabbia toracica profonda (lunga), contribuisce alla costruzione rettangolare. Siccome la figura rettangolare del tronco offre al mastino napoletano dei maggiori vantaggi funzionali, più si presenta allungata, consegue che la lunghezza del dorso favorisce la conformazione geometrica della costruzione fisica più utile. Lungo il 33 % dell’altezza al garrese, il dorso non disperde la forza muscolare sovrastante, grazie alla sua larghezza, appunto, perché ampia lo spazio trasversale, ove contenerla completamente. Il dorso largo e lungo, quindi, mantiene le proporzioni tra la costruzione rettangolare allungata e lo sviluppo trasversale indotto dal tronco brachimorfo. La mole del mastino napoletano, così, trova lo spazio per manifestare il funzionale volume imponente, utile nella duplice destinazione di cane da guardia dall’aspetto deterrente e di cane da presa dal morso troncante. La larghezza della regione dorsale annovera il corrispondente torace ampio. L’ampiezza del costato sviluppa trasversalmente lo spazio volumetrico della capienza toracica, conferendo un altrettanto elevato contributo funzionale, quanto la sua profondità (lunghezza). Le costole sono lunghe perché obbligate a coprire l’ampio diametro trasversale, con un raggio d’estensione ben proteso all’esterno. La lunghezza delle coste, dapprima, serve ad allargare la gabbia toracica, predisponendo l’ampia superficie dorsale; poi, per scendere mantenendo la stessa larghezza in tutto lo sviluppo verticale e collegarsi allo sterno, in modo che la superficie inferiore sia equamente ampia, come la parallela piattaforma sovrastante. Le coste lunghe, quindi, per allargare la gabbia toracica assumono una conformazione laterale arcuata. Il torace ampio superiormente quanto inferiormente, pertanto, dispone di coste che si presentano ben cerchiate, soprattutto, ai lati, pena una discesa convergente verso lo sterno, che diminuirebbe l’ampiezza sottostante, fino a farle perdere la superficie di centimetri quadrati medesima a quella superiore, al punto di non essere altrettanto disposta a piattaforma. Consegue che verticalmente le pareti laterali del costato sono ben cerchiate, confezionando un torace con tutte le caratteristiche sopraccitate, affinché la funzionalità ne tragga il massimo vantaggio in possanza e in contenuto. La capacità toracica di funzionare perfettamente dipende dalla capienza geometrica del fattore perimetrale. Il volume del torace, infatti, trova nell’ampia circonferenza l’applicazione geometrica della capacità dell’espansione fisica e respiratoria. Lo sviluppo volumetrico riferito all’altezza al garrese, conseguentemente, assume un valore matematico che aumenta l’apporto funzionale a favore della possanza e della respirazione, addirittura, superandola notevolmente. L’indice di sviluppo perimetrale della gabbia toracica del mastino napoletano di circa 1/4 maggiore dell’altezza al garrese descrive un’espansione superiore alla misura di riferimento, però secondo quanto corrisponde al tipo costituzionale dolicomorfo. Ricavato con l’elaborazione dell’indice corporale (lunghezza del tronco x 100 : perimetro toracico), tramite le indicazioni biometriche standardizzate, tuttavia, il tipo dolicomorfo non calza la struttura architettonica del molosso partenopeo. L’aspetto dolicomorfo, altresì, è opposto alla costruzione fisica presentata dalla nostra razza. Il tipo morfologico del mastino napoletano, difatti, è brevilineo e non longilineo, invece, come rappresentato dalla costruzione dolicomorfa (esempio: i levrieri). Rientrando affatto nel tipo dolicomorfo, anzitutto, risulta che il perimetro toracico superiore del 25 % all’altezza al garrese non riflette la conformazione generale di pesante brachimorfo, propria del nostro molosso. L’indice di sviluppo perimetrale, pertanto, si presenta della corretta tipologia costituzionale quanto maggiore è l’espansione toracica. La circonferenza del costato, quindi, più aumenta, più il brachimorfismo diventa funzionale nell’imponenza fisica e nella capacità respiratoria. La regione dorsale, inoltre, sfocia nel rapporto armonioso con la retrostante regione. I lombi, conseguentemente, si fondono con il dorso, tramite la muscolatura ben sviluppata, in modo che non esista alcun dislivello. La regione lombare, proprio per questo, è ben fusa con l’antistante regione, grazie alla sua muscolatura ben sviluppata. La muscolatura ben sviluppata e manifestata in larghezza, appunto, serve a non presentare dislivelli, affinché l’ampiezza trasversale della superficie superiore del tronco non sia più stretta ai lombi. Ragion per cui i limiti longitudinali della piattaforma dorsale continuano all’indietro senza stringersi a ridurre la trasmissione della forza impressa dal treno posteriore, che troverebbe una limitazione nel trasferimento della potenza muscolare dalla groppa verso il dorso. La forza prodotta posteriormente avrebbe difficoltà a passare completamente in avanti, a causa del percorso ad imbuto delimitato dalla regione lombare stretta e disarmonica. Groppa Altrettanto larga, per mantenere la superficie superiore del tronco ampia anche nel tratto posteriore, per l’appunto, segnala che le sue ossa sono ben diametralmente sviluppate in senso trasversale. Contengono, inoltre, la relativa muscolatura, conseguentemente, altrettanto ben sviluppata in spessore. La larghezza della groppa assume la funzionalità occorrente a far sì che la forza muscolare da trasmettere anteriormente nasca entro le maggiori possibilità anatomiche, per poterla avviare tale e quale è prodotta nella più efficace potenza. Lo spazio osseo disponibile trasversalmente, infatti, agevola lo sviluppo muscolare di questa regione. La groppa muscolosa assolve il compito di avviare la forza appena partita dal treno posteriore, con la stessa intensità di trasmissione presente nel punto dove nasce. Trovando lo spazio per svilupparsi, grazie alla larghezza ossea, la muscolatura contribuisce ad irrobustire l’intera regione pelvica. La robustezza della groppa è indispensabile per la funzione che svolge. La groppa robusta è solida, al punto di trasmettere integralmente la forza muscolare verso le regioni antistanti, per cui favorisce la potenza della linea superiore del tronco, in ogni tratto della sua lunghezza. La lunghezza dall’ilio all’ischio pari a 3/10 dell’altezza al garrese si propone a supportare lo sviluppo della groppa in senso trasversale, affinché valgano le condizioni sopraccitate. La potente muscolatura (compresa quella pelvica) del mastino napoletano, infatti, pur sviluppata in spessore, si proporziona pure in data lunghezza. Il margine di contrazione, così, è sufficiente a produrre la forza potenzialmente in grado di essere sprigionata da un siffatto corpo muscolare, che occorre trasmettere integralmente attraverso l’intera linea superiore del tronco. Il diametro longitudinale del 30 % dell’altezza al garrese, rapportandosi con il diametro trasversale, consente l’irrobustimento più redditizio. L’inclinazione del coxale di circa trenta gradi, rispetto all’orizzontale, posiziona la groppa a favore della versatilità funzionale di una forte regione pelvica, pur prevalentemente deputata alla potenza anatomica. La necessità della groppa di essere costruita potentemente, piuttosto di far muovere speditamente, appunto, non toglie la prerogativa di mantenersi versatile. Ragion per cui la regione pelvica si presenta obliqua, al punto di annoverare sia le caratteristiche atte ad essere potente, sia le caratteristiche ancora adatte ad un buon movimento, seppur non veloce. L’obliquità della groppa da trottatore potente condiziona la salienza delle anche. La posizione delle anche, per questo, raggiunge il livello della linea superiore lombare. Ciò consente di mantenere la linea superiore del tronco rettilinea nella lunghezza maggiore possibile. La funzionalità delle anche posizionate a livello del profilo superiore si manifesta nel favorire la totale trasmissione della forza anatomica in modo lineare, quindi, non dispersivo. Il passaggio verso l’avanti della potenza posteriore trova proprio grazie al livellamento tra anche e lombi la miglior posizione per congiungere le due regioni confinanti. Petto Largo al punto di presentarsi possente, conferisce una dimensione consona alla costruzione da pesante brachimorfo. La larghezza lo apre in modo da contenere dei muscoli pettorali molto sviluppati, che forniscono l’imponenza alla piattaforma verticale antistante del blocco corporeo anteriore, indispensabile ad incutere timore a chi osserva il mastino napoletano, soprattutto, visto di fronte. L’apertura larga del petto, favorita dalla potente situazione muscolare ivi contenuta, conduce ad un ampio diametro trasversale del torace. La larghezza del petto, ovviamente, è correlata a quella del costato, appunto, per disporre della stessa ampiezza, affinché il blocco corporeo anteriore, ovvero antero-(bi)laterale (petto, spalle e torace), si presenti uniforme nella strutturazione massiccia. Lateralmente, pertanto, la congiunzione tra il torace e la spalla non presenta alcun dislivello, bensì la pelle segue un regolare decorso del substrato anatomico. Il petto largo raggiunge il 40-45 % dell’altezza al garrese, in modo da fornire l’apertura maggiore possibile per essere contemporaneamente possente ed agevolante la deambulazione. L’ampiezza della regione pettorale così proporzionata trova il connubio tra le esigenze diametrali della funzionalità dell’effetto deterrente e quelle dell’andatura sufficientemente redditizia in termini di facilitazione dinamica, grazie ad una struttura architettonica non esagerata negli elementi di stabilità. La larghezza del petto in tale percentuale rispetto all’altezza al garrese, difatti, non propone delle accentuate condizioni strutturali che producono la possibilità per il baricentro corporeo di spostarsi troppo in verso laterale e, conseguentemente, ridurre i limiti di progressione, già notevolmente elevati (impediti) nella pesante costruzione brachimorfa del mastino napoletano. Il diametro trasversale del petto nel raggiungere codesta proporzione si avvicina alla misura dell’altezza del torace, ottenendo un rapporto strutturale che confeziona un blocco corporeo anteriore dal ragguardevole equilibrio. La piattaforma antistante al torace, proprio per questo, si presenta altrettanto equilibrata nell’ampiezza della superficie, poiché il suo diametro verticale trova corrispondenza nel suo diametro trasversale. L’ampia superficie del petto sfoggia la possente dimensione grazie alla notevole copertura (apertura) in centimetri quadrati, nonostante che il manubrio dello sterno sale fino alla punta della spalla. La punta dello sterno situata allo stesso livello dell’articolazione scapolo-omerale disegna una linea inferiore del torace che, anteriormente, curva verso l’alto con una considerevole percentuale di pendenza. Una risalita sternale siffatta contribuisce ad ogni condizione funzionale. Nella versione statica, il manubrio dello sterno posizionato così alto consente al petto di sopravanzare la punta della scapola e presentarsi prominente. Il mastino napoletano in postura, perciò, propone la regione toracica con un avampetto che, favorito dalla prominenza sternale, accentua la possanza fisica. L’effetto deterrente aumenta in virtù di una più fiera prestanza strutturale, sottoposta all’osservatore mediante l’ostentazione di un substrato anatomico accentuato laddove (nella parte fisica anteriore) il cane da guardia si mette in evidenza, quando affronta l’estraneo parandosi davanti. Nella versione dinamica, durante la tipica andatura dinoccolata, nel gettarsi in avanti e, conseguentemente, nell’abbassarsi anteriormente, il mastino napoletano porta il manubrio sternale a posizionarsi più in basso della punta scapolare. Il tratto anteriore dello sterno (risalente, invece, mentre si trova nella versione statica), in tale situazione, raggiunge una posizione orizzontale, quindi, parallela, sia al suolo (superficie plantare), sia al dorso (superficie superiore del tronco). L’andatura ottiene beneficio dalla possibilità del baricentro corporeo di livellarsi durante la progressione, ossia di restare costantemente alla stessa distanza dal terreno e proseguire senza dispersione dell’energia, altrimenti insufficiente a far deambulare un pesante brachimorfo del genere. La posizione creata dall’incedere dinoccolato, dove la linea superiore del tronco viene allungata dal profilo superiore del collo e del cranio, determina una lunghezza rettilinea continuativa del profilo sovrastante. Il parallelismo del limite superiore del tronco copre uno spazio sottostante maggiore, che causerebbe una minore potenza dinamica se non corrisposto da una linea inferiore del torace parallela più a lungo e più avanti possibile. Lo sterno risalente, infatti, è predisposto ad assumere la posizione parallela, durante l’andatura dinoccolata, per cui trattiene la pressione della forza anatomica superiore verso il basso, in modo che la dinamicità sia espressione della potenza strutturale di un cane dalla forza fisica immensa. La linea sternale abbassata allo stesso livello dal manubrio al punto in cui si presenta staticamente rettilinea concentra in questo tratto anteriore il peso corporeo cadente in avanti, senza disperdere altrove la forza muscolare che serve a spostare una costruzione votata al più alto indice di sviluppo fisico ai fini della mansione di cane da guardia deterrente. La nota che termina questo aspetto funzionale vede lo sterno siffatto mantenere invariata la distanza dal garrese al punto sternale più basso pure durante il movimento, poiché, quando il manubrio raggiunge il livello orizzontale, ottiene la medesima altezza toracica del tratto verticale dietro al gomito. Le caratteristiche del petto si prestano massimamente funzionali persino durante l’azione di presa. Il petto ampio, muscoloso e con lo sterno risalente, al momento in cui il mastino napoletano effettua la presa, è predisposto alla funzione di superficie d’impatto nel modo più solido possibile. Applicando il morso troncante, poi, il petto si antepone all’eventuale reazione avversaria, attutendo la forza antagonista. Sul petto, in proposito, quando l’avversario si ribella alla presa trova l’opposizione del peso corporeo del nostro molosso, in quanto l’impatto del tronco si scarica sulla sua superficie antistante. L’ampia regione pettorale, fornita di sterno con il manubrio rialzato e i muscoli molto sviluppati, costituisce un substrato anatomico in grado di offrire una piattaforma di contatto sulla quale il contrasto avversario può solo infrangersi. Coda La base d’inserzione larga assicura un substrato coccigeo molto sviluppato, secondo la forte ossatura che compone lo scheletro del mastino napoletano. La coda cotanto spessore all’attaccatura, appunto, deriva da un osso sacro fortemente sviluppato, che è inserito, per correlazione anatomica, entro delle ossa coxali (ilio, pube ed ischio) parimenti sviluppate, quindi robuste. La radice caudale grossa è la conseguenza della base larga, per cui lo strato muscolare e tegumentario che ricopre le forti vertebre coccigee confeziona uno spessore adeguato alla groppa dotata di un diametro trasversale elevato. Lo sviluppo della coda alla radice conferisce robustezza. La coda si mantiene robusta in tutta la sua lunghezza, poiché si affusola solo leggermente verso l’estremità. Considerando che la punta della coda raggiunge l’articolazione del garretto, si evince che lo spessore è pressoché uniforme. La circonferenza dell’appendice caudale, dunque, diminuisce poco. Amputata a circa 2/3 della sua lunghezza consente di mantenerla dello spessore più uniforme possibile. La conchectomia, pertanto, garantisce la stessa coda forte dalla radice fino all’estremità artificialmente ottenuta. L’eliminazione dell’ultimo tratto caudale favorisce la migliore funzionalità del tratto che rimane, perché meno esposto ai traumi. Significa che, scongiurando la possibilità di ferimenti, il mastino napoletano adempie alle proprie mansioni senza essere menomato dal dolore causato dalla coda traumatizzata. Qualsiasi motivo che possa portare al ferimento dell’integro apice caudale, infatti, graverebbe sulla funzione di cane da guardia e da presa. Se capitano delle condizioni pericolose per i movimenti della coda durante il lavoro, ecco che il molosso partenopeo avrebbe ridotte le sue potenzialità fisiche, guarda caso per un particolare che nulla centra con le sue prestazioni funzionali e che è possibile risolvere preventivamente. Occorre, infatti, assicurare al mastino napoletano le migliori condizioni possibili. La coda conchectomizzata al 33 % della sua lunghezza, pertanto, rappresenta il margine di sicurezza su cui eseguire un intervento artificiale preventivo a favore della funzionalità. Il portamento dell’appendice caudale, caratterizzante sia la fase di riposo, sia quella in azione, è condizionato dall’integrità e dalla conchectomia. La coda portata pendente a riposo, se integra, per via della lunghezza tale da raggiungere il garretto, può presentare una forma a scimitarra più allungata e, quindi, accentuata. Una simile forma fa sì che la coda sia meno robusta, perché il tratto terminale più lungo e curvato perde l’efficacia ossea, a causa delle vertebre coccigee prive d’uniformità lineare, il più possibile lungo tutta la longitudine. Aggiungendo, pertanto, al tratto meno dotato di spessore pure una minore robustezza, ecco che aumentano le possibilità traumatizzanti. La coda conchectomizzata, invece, presenta meno vertebre curvate, per cui è più robusta, in quanto con una percentuale maggiore di linearità uniforme, ossia dallo spessore uguale dall’inizio alla fine. Il portamento orizzontale o poco più alto del dorso in azione, sia durante il movimento, sia in fase d’eccitazione, ottiene dalla conchectomia un maggior effetto funzionale. Oltre alle stesse motivazioni della coda a riposo, l’appendice caudale più corta favorisce un portamento più facilitato, perché i muscoli che la sollevano faticano meno, grazie al minor peso da rialzare. La coda raccorciata, poi, conferisce un senso di maggior compattezza quando è sollevata, poiché c’è un minor prolungamento del tratto anatomico più sottile della corporatura del cane. Un pesante brachimorfo, infatti, perde efficacia deterrente dalla presenza di un’appendice poco edificante la massa corporea straordinariamente sviluppata. Un altro indice favorito dalla conchectomia è quello che rende la coda più ferma, quando il mastino napoletano compie i piccoli movimenti mentre si para davanti al malintenzionato, per cui incute maggior timore, grazie ad un’appendice raccorciata, che è meno indicata a spostarsi lateralmente. Ciò porta l’osservatore a capire di trovarsi di fronte ad un cane da guardia deciso, che manifesta fermezza caratteriale tramite la coda immobile. Ultimo elemento funzionale a favore della coda conchectomizzata deriva dalla considerazione che il mastino napoletano non è un cane dotato di particolare dinamicità, per cui non ha bisogno di un’appendice caudale talmente lunga da fungere come un timone, che aiuta continui e repentini spostamenti. Il compromesso sull’amputazione dell’ultimo terzo vertebrale arriva a perdere la caratteristica di timone, praticamente inutile nel pesante molosso partenopeo, ma guadagna nelle altre facilitazioni funzionali più indicate per questo cane. La stessa funzione di presa trae ausilio dalla coda amputata, poiché diventa un punto d’appoggio più solido e forte durante la concitazione della lotta, quando il mastino napoletano tenta il morso o quando il morso è già assestato, altrimenti l’appendice caudale integra è meno predisposta ad appoggiarsi ed ostacola l’intervento. Arti La funzione di queste appendici nel mastino napoletano favorisce le condizioni di stabilità, piuttosto di quelle dinamiche. Ragion per cui tutto l’apparato degli arti assume delle caratteristiche consone alla pesante costruzione brachimorfa. Gli arti posteriori, quanto quelli anteriori, presentano lo stesso sviluppo muscolare, altrimenti la disparità anatomica riduce le potenzialità funzionali. Arto anteriore La verticalità riguarda tutta la composizione dell’arto toracico, non solo il tratto dal gomito a terra (avambraccio, carpo, metacarpo e piede). Ciascun singolo segmento, pure nel tratto superiore al gomito (spalla e braccio), dunque, si trova in linea dritta, pur se a ciò risponde totalmente l’appiombo tirato dal davanti, rispetto all’appiombo tirato lateralmente, altresì, parzialmente e distintamente allineato. L’arto anteriore verticale, appunto, è completamente identificato dall’appiombo visto di fronte; mentre, visto di profilo, i punti di verticalizzazione cambiano prospettiva. L’appiombo visto di fronte trova la perfetta linearità dall’apice della scapola fino a terra. Significa che i punti anatomici facilitanti il reperimento della verticalità frontale dell’arto anteriore vedono la punta della spalla, la punta del gomito e il tratto al di sotto del gomito posti sulla stessa linea perpendicolare all’orizzonte (suolo), dall’inizio alla fine. La linea verticale dell’intera lunghezza dell’arto toracico, vista di fronte, perciò, è parallela al piano mediano che attraversa longitudinalmente il corpo. I punti di repere frontali della verticalità, conseguentemente, si trovano posizionati centrali al diametro trasversale dell’arto sottostante al gomito. Ogni deviazione dall’appiombo visto di fronte pregiudica la regolarità funzionale. La gravità dell’appiombo deviato, però, è graduale a seconda dei casi. Considerando che le punte della spalla e del gomito dividono il tratto dell’arto toracico sottostante in due parti uguali, in un pesante brachimorfo come il mastino napoletano, dove la stabilità prende vantaggio sulla dinamicità, le deviazioni verso l’esterno, tuttavia, si rivelano meno penalizzanti di quelle verso l’interno. Nonostante che l’appiombo perduto esternamente è meno grave rispetto a quello rivolto internamente, occorre distinguere quale di queste deviazioni esterne procura minori svantaggi. La stabilità, certamente aiutata dalla base d’appoggio più ampia, trova dalla deviazione laterale dell’arto anteriore nel tratto terminale la condizione che aumenta il quadrilatero di sostegno. Ragion per cui l’appiombo mancato frontalmente reca meno danni quando è (solo) il piede a deviare all’esterno. La copertura di spazio aumenta dove serve, cioè presso a terra (sulla base d’appoggio), fornendo un quadrilatero di sostegno maggiorato dal piede che prende terreno allontanandosi dal piano mediano longitudinale del corpo. Il difetto dei piedi anteriori deviati all’esterno (mancinismo), però, rappresenta pur sempre una deficienza funzionale, anche in situazione di staticità. La postura del mastino napoletano, per la conseguenza dell’elevato peso corporeo, è usurante proprio sugli arti deputati a sostenerlo. Gli arti anteriori, per di più, fungendo da colonna portante dell’intera impalcatura scheletrica del cane, sono sottoposti ad una pressione verso il basso maggiormente gravosa più il blocco corporeo della metà anteriore è pesante. Va da sé che la perpendicolarità frontale dell’intero arto toracico scarica a terra il peso sovrastante uniformemente dall’apice della scapola fino ai cuscinetti digitali e plantari. Il peso perpendicolare, in presenza di mancinismo, invece, non percorre tutto l’arto, ma esce in corrispondenza del metacarpo. Il piede, conseguentemente, non aiuta il sostenimento della pressione scaricata, per cui il peso corporeo non è distribuito equamente sulla base plantare, bensì grava sul segmento terminale in modo disomogeneo, usurando soltanto le dita interne, che ricevono parte dello scaricamento e vengono trascinate a rovesciarsi. L’appiombo visto di profilo, come detto, è solo parziale e distinto, poiché i segmenti che compongono l’arto toracico, nella posizione laterale, non sono tutti disposti verticalmente. La verticalità dell’avambraccio, difatti, è l’unica ad interessare l’appiombo laterale. Gli altri punti di repere del profilo dell’arto anteriore rilevano la perpendicolarità degli altri segmenti. L’appiombo determinato dalla punta della spalla trova perpendicolare il piede al limite delle dita; mentre, il margine posteriore dell’apice della scapola trova perpendicolare il gomito. L’arto toracico visto di profilo, sulla base dell’avambraccio verticale, nonché delle due tangenziali che posizionano paralleli i segmenti situati anteriormente e posteriormente, pertanto, presenta tre situazioni lineari. Ogni deviazione da ciascuna di tali linearità procura delle deficienze funzionali. Il concetto di stabilità, in questi casi, è aggravato comunque, anche se la deviazione è esterna. Gli arti anteriori che hanno l’avambraccio fuoriuscito dalla verticale, fino a posizionare il piede troppo avanti, gravano sulla linea dorsale, che riceve tutto il peso corporeo e lo scarica in basso, senza trovare adeguato sostegno. Viceversa, diminuisce la base d’appoggio a danno della stabilità. Deviando l’appiombo dell’avambraccio, conseguentemente, si spostano i punti degli appiombi tangenziali, perdendo la loro perpendicolarità. Tutti i punti di verticalizzazione visti di profilo, così, non sono più allineati. Mai come per l’appiombo laterale, quindi, la verticalità, tanto dell’avambraccio, quanto della posizione del piede rispetto alla punta della spalla e del gomito rispetto al margine posteriore della scapola, assume imprescindibile precisione. L’ossatura dell’arto toracico offre le più funzionali condizioni di sostegno se robusta e proporzionata alla mole. La robustezza e la proporzione ossea rientra nel limite dello sviluppo non oltrepassante lo spessore ancora privo di spongiosità. L’osso dalla sezione spongiosa, d’altronde, non solo perde robustezza, ma assume una dimensione sproporzionata, peraltro inutile, pur se di diametro maggiore. Lo sviluppo osseo dell’arto anteriore si presta davvero funzionale quando è robusto, al punto di dimostrarsi in grado di sostenere il peso corporeo senza cedimenti in alcun segmento dell’arto stesso, come in nessun’altro punto anatomico. La proporzione ossea alla mole e la relativa robustezza degli arti toracici evidenziano altrettante caratteristiche nell’intera struttura architettonica. Ragion per cui lo sviluppo osseo è omogeneo al resto dell’impalcatura scheletrica. Gli arti anteriori, nel manifestarsi come colonne di sostegno, espongono la robusta ossatura nel tratto sottostante al gomito, per cui, prevalentemente, è lo spessore dell’avambraccio ad esprimere la proporzione alla mole, in grado di confezionare lo sviluppo adeguato. Spalla Lunghe circa 3/10 dell’altezza al garrese, adempiono all’ampiezza della base del collo. L’uscita del collo dalle spalle, poi, trova il corretto portamento grazie all’inclinazione scapolare di 50-60 gradi sull’orizzontale. La spalla così conformata si presta a coprire lo spazio che gli è riservato. Tale lunghezza risponde ad un torace dal diametro verticale molto sviluppato, considerando pure che la posizione della scapola è abbastanza inclinata, per cui fa perdere effettivamente una parte della sua virtuale disponibilità longitudinale. Variando da un’inclinazione media fin quasi al massimo possibile, stante la notevole altezza toracica, la lunghezza pari al 30 % dell’altezza al garrese consente di mantenere lo stesso spazio nella verticalità del costato. Qualunque sia la gradazione scapolare, infatti, una lunghezza del genere ottiene una posizione pur sempre vantaggiosa. La spalla di codesta lunghezza e lo sviluppo osseo, nonché quello muscolare direttamente derivato, trova il compromesso funzionale proprio per soddisfare lo spazio disponibile nell’altezza del torace. Non potendo essere più corta, pena l’inadeguatezza di cui appena detto, la spalla non soddisfa soltanto le condizioni di forza dell’arto toracico, soprattutto, nell’adiacenza al costato, oltre che aiutando la colonna di sostegno, ma si rende predisposta pure agli effetti della deambulazione. Il mastino napoletano, grazie alla spalla lunga nella percentuale suddetta, dunque, dispone della possibilità di muoversi efficacemente, nonostante la mole. Il movimento si ottiene meglio di quanto un pesante brachimorfo possa effettuare. L’obliquità della scapola, inoltre, consente all’arto di raggiungere un buon allungo. La variazione di dieci gradi sull’orizzontale riflette la disponibilità dell’angolo scapolo-omerale di aprirsi o chiudersi di quel tanto che basta per adeguarsi all’altezza toracica, più o meno verticalmente sviluppata. L’angolatura dell’articolazione tra la scapola e l’omero rientrante nei 105-115 gradi, difatti, consente alla spalla di posizionarsi obliqua a seconda della discesa toracica. L’inclinazione della scapola ottimale, tuttavia, è dedotta nella posizione intermedia, vale a dire, a 55 gradi. Consegue che l’angolo scapolo-omerale, possibilmente, deve assestarsi in un’angolazione altrettanto media. L’obliquità media mantiene nella spalla delle condizioni strutturali ancora efficaci alla forza muscolare di un pesante brachimorfo. La muscolatura ben sviluppata, quindi, è depositaria delle possibilità di sprigionare ugualmente la potenza adeguata al mastino napoletano. I muscoli lunghi e ben divisi testimoniano proprio lo sviluppo derivato dalla lunghezza della scapola, ancorché entro un margine di contrazione, che li fa intravedere suddivisi, in quanto, comunque, dotati di una sezione consistente. Braccio Le condizioni del braccio, praticamente, sono identiche a quelle della spalla. L’omero segue lo stesso decorso della scapola, sia per la lunghezza, sia per l’inclinazione. La lunghezza, difatti, corrisponde perfettamente. L’inclinazione altrettanto, tranne che per una lieve differenza, consistente in una minore variazione. L’obliquità omerale di 55-60 gradi sull’orizzontale, variando di cinque gradi, rispetto ai dieci gradi scapolari, tuttavia, determina una sua posizione piuttosto stabile, che si riflette più significativamente sull’angolo composto dall’unione con il segmento superiore. L’angolatura dell’articolazione scapolo-omerale, pertanto, trova nella minima variazione del segmento inferiore la possibilità di fissarsi con precisione. Assommando i limiti entro i quali variano i due segmenti correlati, deriva che l’angolo tra l’omero e la scapola raggiunge una chiusura fino a 105 gradi e un’apertura fino a 120 gradi. Si evince, però, che l’apertura massima diminuisce la funzionalità dell’angolo. Stante l’angolo retto come quello universalmente più efficiente, ecco che pure il mastino napoletano usufruisce dei vantaggi forniti da una gradazione più vicina a quella ideale, peraltro utopica in tutte le razze, se non in quelle anacolimorfe (ad arti corti; tipo bassottoide). La maggiore inclinazione possibile per l’omero, unitamente alla stessa situazione scapolare, determina il loro angolo in 105 gradi, che rappresenta quello più vicino ai 90 gradi ideali. Nel mastino napoletano, tuttavia, quest’angolo è ritenuto come il confine della massima chiusura, giacché posto al limite della possibile combinazione tra l’obliquità dei due segmenti. Vista la massima variazione della scapola, l’omero è il solo segmento che non fa chiudere troppo l’angolo in oggetto. L’angolatura a questo limite di chiusura favorisce maggiormente la deambulazione, per cui un cane come il nostro molosso, pur facilitato nel movimento, comunque, perde qualcosa verso quanto può dare in forza. Mantenuto il braccio nell’inclinazione più vicina all’ideale universale, con la variazione della spalla nella gradazione media, si raggiunge l’angolo di 110 gradi, quale combinazione derivante dall’identica posizione dei due segmenti. Questo fattore, tra l’altro, fa sì che il gomito sia perfettamente perpendicolare al margine posteriore dell’apice scapolare, secondo la linearità determinante l’appiombo visto di profilo, nonché tangenziale alla verticalità dell’avambraccio. Altro vantaggio dell’angolo di 110 gradi, nonché della medesima obliquità della scapola e dell’omero, è legato alla loro eguale lunghezza. Ottengono la stessa inclinazione, infatti, perché lunghi uguali, per cui pongono i propri limiti posteriori lateralmente perpendicolari. La spalla raddrizzata fino a 60 gradi, con il braccio a 55 gradi, determina l’angolo di 115 gradi, ancora accettabile, per via della combinazione che fornisce parimenti capacità di potenza e di deambulazione. Resta, comunque, la possibilità di ottenere l’equo connubio tra le caratteristiche di forza e di locomozione, consone al mastino napoletano, grazie alla media obliquità di entrambi i segmenti. L’angolo scapolo-omerale, in tal caso, si assesta a 112,5 gradi. Le variazioni dall’angolatura media assumono valore di potenza più si allontanano aprendosi; viceversa, più si chiudono, assumono valore di progressione locomotoria. Agli effetti della funzionalità nella locomozione, stante il movimento a pendolo, che effettua l’arto anteriore, il primo segmento superiore è quello determinante il maggior allungo, per cui, più degli altri, offre il massimo vantaggio se è lungo ed obliquo, anche se il segmento sottostante non dispone delle stesse condizioni. Deriva che la massima inclinazione della spalla (50 gradi), accompagnata dalla minima inclinazione del braccio (60 gradi), lo stesso, presenta quell’angolo di 110 gradi, equamente funzionale nelle varie situazioni. La rilevante muscolatura di cui è fornito il braccio è indispensabile, quanto quella della spalla. Gomito Non sono troppo serrati alla parete del costato, grazie al torace ben conformato. Se lo sono, con un costato del genere, non si presentano paralleli al piano mediano del corpo. Girati verso il costato ben conformato, nemmeno si presentano verticali sulla linea d’appiombo vista di fronte. Troppo chiusi, pur paralleli e verticali, significa che il torace oltrepassa il limite diametrale trasversale. Sono coperti di pelle abbondante e rilassata, secondo lo sviluppo tegumentario generale. La pelle accumulata sul gomito funziona da protezione ad un punto anatomico sottoposto ad usura, quando un pesante cane, qual’è il mastino napoletano, si accuccia con lo sterno a terra. Protetto il gomito dalla pelle abbondante e rilassata, cioè, in condizione di aumentare lo spessore, il mastino napoletano non è debilitato dai possibili traumi, per cui adempie al suo lavoro senza le sofferenze del caso. Avambraccio Lungo circa quanto il braccio, per cui quanto la spalla, si proporziona componendo l’arto anteriore come terzo segmento uguale ai due superiori, affinché la funzione pendolare, durante il movimento, anche inferiormente, usufruisca della stessa portata. La lunghezza pari al 30 % dell’altezza al garrese, pertanto, offre l’avambraccio consone al miglior funzionamento dell’apertura angolare tra i tre segmenti, in modo che l’allungo prenda lo stesso spazio d’estensione fornito dalle due lunghezze sovrastanti. La proporzione acquisita dalla paritetica lunghezza dona al mastino napoletano un avambraccio dotato di muscolatura altrettanto ben sviluppata, pur se si evidenzia più asciutta, in questo tratto, perchè si nota maggiormente l’ossatura robusta. La perfetta verticalità dell’avambraccio, oltre a prestarsi da simbolo della correttezza dell’appiombo (sia visto di fronte, sia visto di profilo), è indispensabile a fungere da asse portante della colonna di sostegno rappresentata dall’intero arto. L’avambraccio verticale, con la robusta ossatura e la muscolatura ben sviluppata, esprime la potenza strutturale del mastino napoletano. Questo segmento, infatti, attraverso il suo spessore e la sua circonferenza, è deputato ad evidenziare la consistenza ossea dell’intera impalcatura scheletrica. Il molosso partenopeo, come pesante brachimorfo, possiede un avambraccio sviluppato, al punto che, dal suo confronto, consente di valutare la proporzione dell’ossatura con la massa corporea. L’avambraccio, infine, è il tratto anatomico che fa rilevare se il mastino napoletano offre maggiori o minori caratteristiche di potenza. L’avambraccio potente, in ogni caso, perfino agli effetti del movimento, si presta maggiormente funzionale, stante il peso corporeo da trasportare. La massa voluminosa del tronco, in situazione di staticità, è sorretta, efficacemente, se l’avambraccio è dotato delle potenti caratteristiche suddette. Carpo Seguendo l’avambraccio, è posizionato sulla stessa verticalità. Dotato, pure, dello stesso sviluppo, per quanto riguarda il volume, si presenta altrettanto asciutto. Il carpo liscio evidenzia che non ha sporgenze di sorta. Commisurato ben largo, si proporziona allo spessore del segmento superiore. La larghezza del carpo sottolinea che le ossa deputate a comporlo sono disposte perfettamente allineate. La serie delle ossa situate nello spazio dall’interno all’esterno, quindi, forniscono il carpo ben largo. Le condizioni succitate favoriscono la sua funzione di cerniera, nonché contribuiscono ad irrobustire l’arto in situazione statica. L’importanza della conformazione del carpo deriva dal dimostrarsi efficace nel sostenere il peso corporeo, congiungendo all’avambraccio, senza difficoltà, il metacarpo inclinato. Si tratta di un apporto funzionale ottenuto se il carpo è in possesso delle caratteristiche suddette, poiché, in tal punto, la difficoltà di bloccare l’arto aumenta per l’obliquità del segmento sottostante. Metacarpo La piattezza lo rende largo quanto il carpo, mentre, non è altrettanto spesso. La sua faccia anteriore, quindi, si presenta ben larga, quanto i segmenti superiori. Il metacarpo piatto, nell’appiombo visto di fronte, segue la verticalità dell’avambraccio, poiché, visto di profilo, appunto, non è dello stesso spessore. L’appiombo laterale, infatti, non può dividere il metacarpo, come l’avambraccio, nemmeno se dritto. Inclinato, per di più, fa uscire la linea d’appiombo laterale, che divide l’avambraccio, dalla faccia posteriore, invece di farsi completamente attraversare. L’inclinazione di circa 70-75 gradi (sull’orizzontale), vale a dire, 15-20 gradi spostato dalla verticalità dell’avambraccio, in movimento, consente al metacarpo di esprimersi secondo il peso da attutire, senza perdere le capacità di sostenimento. L’obliquità gli consente di effettuare la funzione di molleggio, che nella gradazione sopraindicata è sufficiente ad attutire il peso corporeo del mastino napoletano, scaricato più abbondantemente a terra, durante il movimento. Il metacarpo posizionato obliquamente, in posizione statica, perde parte della forza di sostenimento, ma nel compromesso obbligato per soddisfare il molleggio del movimento, trae il massimo vantaggio dalla minima perdita possibile e giustificata. Lungo circa 1/6 del tratto dell’arto sottostante al gomito, trae da questa proporzione il diametro verticale che gli consente di prestarsi funzionale, soprattutto, in stazione, nonostante l’obliquità. Anche in movimento la lunghezza pari a circa il 16,5 % dell’altezza al gomito agevola la flessibilità. Il gravoso scaricamento di peso, che aumenta con la velocità dell’andatura, trova l’opposizione più efficace, poiché flette nella misura meglio dotata di molleggio, senza rischiare sofferenze di sorta, escluse dal metacarpo costruito così fortemente. Piede (anteriore) La forma rotonda manifesta nel segmento terminale quanto l’arto presenta superiormente, soprattutto, fino al gomito. La sezione dell’ossatura dei segmenti sovrastanti, soprattutto, quella dell’avambraccio, appunto, si presenta di forma similare al piede, ossia circolare, pur se non dalla circonferenza identica. L’arto trae vantaggio dal piede rotondo, poiché questa conformazione riceve completamente il peso corporeo pervenuto lungo tutto l’avambraccio, in quanto occupa lo spazio che serve per scaricarlo tale e quale, stante la sezione similare, in modo da non disperdere nulla della forza prodotta. Il piede rotondo, infatti, concentrando in un punto circolare il peso scaricato a terra, usufruisce della stessa forza per ritornarla di sopra ed opporla alla potenza sovrastante. L’arto, così, regge la massa corporea con identica forza antagonista, senza cedimenti strutturali, che fanno spendere molte energie muscolari, solo per mantenere la posizione statica. La dispersione di parte della forza scaricata, per via dell’inclinazione del metacarpo, in quanto non discende perpendicolare, grazie al piede rotondo, diminuisce (recupera) qualcosa, perché concentra in un limite diametrale dal raggio uguale in tutta la circonferenza plantare la potenza non dispersa dal segmento superiore. La rotondità del piede annovera le dita arcuate, che si prestano meglio ad essere robuste. Sono, pertanto, indicate per adempiere al sostenimento senza accusare debolezze. Le dita arcuate aumentano la dimensione volumetrica del piede. Il piede voluminoso è ancora più adatto a sorreggere un pesante brachimorfo. La forma voluminosa e rotonda è data dalle dita ben unite fra loro. Il piede così è compatto, quindi, forte. I cuscinetti plantari adempiono alla loro funzione se sono asciutti e duri. L’asciuttezza del cuscinetto lo rende della stessa altezza delle dita, in modo che la pianta del piede appoggia perfettamente. La durezza serve al cuscinetto a non accusare lo schiacciamento del peso corporeo e a sopportare le asperità del terreno. L’appoggio del piede, così, non è doloroso. Le unghie ricurve sono forti, per cui offrono ausilio alle dita durante l’appoggio. La pigmentazione, sia dei cuscinetti plantari, sia delle unghie, è indice di maggior robustezza delle parti ricoperte, nonché di sana costituzione generale. Arto posteriore Sono robusti e potenti, in modo da funzionare non solo come generatori dell’andatura, ma pure come colonna di sostegno. Proporzionati alla mole, evidenziano la robustezza e la potenza attraverso l’ossatura, soprattutto, denotata dal metatarso, nonché dalla muscolatura, a sua volta, denotata dalla coscia. Assicurano la dovuta spinta, oltre al sostenimento, non da meno posizionandosi in appiombo. L’appiombo visto da dietro rileva la verticalità di tutto l’arto. L’appiombo visto di profilo vede verticale il metatarso e il piede, posto con le dita perpendicolari alla punta della natica. Coscia Resa larga dalla suaccennata muscolatura denotata in questa regione. La larghezza della coscia deriva dai muscoli grossi ivi contenuti. La loro disposizione, quindi, è allargata dallo spessore consono ad un pesante brachimorfo, che sviluppa la massima forza muscolare. Nonostante che sono grossi, i muscoli della coscia si presentano nettamente divisi. La netta divisione muscolare è evidenziata dalle salienze sottocutanee. I muscoli salienti anche sotto la pelle spessa del mastino napoletano, appunto, sottolineano quanto sono grossi e divisi. La coscia lunga 1/3 dell’altezza al garrese si presenta come il tratto maggiore dell’arto pelvico. Questa lunghezza, tra l’altro, serve a posizionare in basso il ginocchio, in modo che svolga la propria funzione libero da intralci. La coscia lunga, infatti, spostandosi in avanti (chiudendo l’angolo coxo-femorale), consente al ginocchio di assumere una posizione non ostacolata, perciò più redditizia, quando in alto si avvicina alla linea inferiore del tronco. Solo se lunga il 33 % dell’altezza al garrese riporta lo sviluppo muscolare suddetto. Lo spazio longitudinale del femore, così, contiene i muscoli grossi al punto che allargano la coscia, per renderla diametralmente proporzionata alla lunghezza della groppa. Il femore lungo e la grossa muscolatura, perciò, favoriscono la miglior collaborazione con la regione sopra confinante. L’inclinazione di circa sessanta gradi sull’orizzontale è la condizione indispensabile per ottenere l’ideale angolo coxo-femorale di novanta gradi, stante la groppa obliqua a trenta gradi. Il funzionamento dell’articolazione tra il coxale (ilio, pube e ischio) e il femore, difatti, trae dal loro angolo retto il massimo vantaggio. Il movimento pendolare del femore gode della più agevole libertà d’azione, derivata dalla sua perpendicolarità rispetto al coxale. Il femore perpendicolare all’osso ove si articola, in questo caso, ovviamente, migliora l’effetto del pendolo, piuttosto di una posizione più verticale, che perde efficacia aprendo l’angolo articolare in oggetto. La posizione obliqua della coscia, nella perpendicolarità con il coxale, trova anche il supporto migliore quando il mastino napoletano è fermo. Il vantaggio statico, anzitutto, deriva dalla facilitazione di sorreggere il peso corporeo gravante sul posteriore, grazie all’aderenza perfetta (in assenza di displasia) della testa del femore inserita nell’acetabolo. Lo scaricamento del peso verso il basso, difatti, usufruisce del totale trasferimento dalla groppa alla coscia tramite l’adesione ossea centrale. Anche se il peso scaricato nella coscia non prosegue del tutto verticale, il largo sviluppo muscolare di questa regione è in grado di sopportare la maggiorata difficoltà causata dall’inclinazione. Trasferendo il peso ai segmenti sottostanti, si scarica a terra nel modo più vicino possibile alla verticale, dato che la coscia obliqua posiziona la serie delle angolature inferiori, finché il metatarso si trova vicino al punto più arretrato del tronco (l’appiombo calato lateralmente dalla natica sfiora le dita del piede). Il femore più raddrizzato pone il treno posteriore troppo indietro dalla costruzione rettangolare, al punto di allungare la base longitudinale d’appoggio, ma il quadrilatero di sostegno, pur ampliato, perde efficacia, poiché l’aumento della distanza tra il piede e il tronco non fa disporre della colonna di sostenimento sotto al corpo, laddove si scarica il peso. La coscia dritta, perciò, spostando i segmenti inferiori, trova il vuoto sottostante, che non sorregge lo scaricamento nel tratto terminale, aggravando la difficoltà del treno posteriore. Gamba Appena meno lunga della coscia, favorisce la posizione del piede con le dita perpendicolari alla linea verticale calata dalla punta della natica; altrimenti, se più lunga, il tratto terminale dell’arto finisce fuori di sé e la funzione da colonna di sostegno perde efficacia, perché si allontana troppo dal tronco. Stante la coscia più lunga e il piede così posizionato, con codesta lunghezza, la sua inclinazione, nell’assestarsi sui 50-55 gradi (sull’orizzontale), consente la congiunzione tra il femore e il tarso entro la distanza che agevola l’appoggio, giacché tutti i segmenti del treno posteriore sono situati a ridosso della linea d’appiombo vista di lato. Significa che, tra la coscia antistante e il metatarso retrostante (dalla punta della natica), la gamba è al centro dell’appiombo, per cui rappresenta il segmento in grado di fornire l’equilibrio alla metà posteriore del tronco. La tibia, inoltre, secondo la lunghezza e l’obliquità che possiede, si contrappone al femore nel modo più appropriato per fungere da ponte solidificante la parte superiore dell’arto. Obliqua al punto da presentarsi antagonista quasi sulla stessa gradazione, praticamente, effettua l’appoggio all’esatto contrario. Il sostegno al femore, da parte della tibia, pertanto, deriva dalla forza ottenuta dall’opposizione esercitata pressochè paritetica. Meno dritta del segmento sovrastante, si presta verso il femore, seppur lievemente, tendendo ad una posizione di quel poco più d’orizzontale che le consente di avere un minimo d’effetto da piedistallo. Questo fa sì che la tibia, seppur appena percettibilmente, consente al femore di assumere il minimo cenno di perpendicolarità rispetto ad essa. L’accenno perpendicolare del femore sulla tibia giova anche agli effetti della deambulazione. Il substrato anatomico della gamba molto sviluppato, in quanto dotato di forte ossatura e ben evidente muscolatura, è sintonizzato allo sviluppo generale, nonché si presenta in connubio con la coscia. Ginocchio Le inclinazioni del femore e della tibia compongono l’angolo del loro incontro all’incirca sui 110-115 gradi, dimostrando la precisione delle gradazioni dell’arto pelvico. L’angolatura dell’articolazione femoro-rotuleo-tibiale più aperta di quella coxo-femorale non schematizza il treno posteriore entro delle composizioni tutte rette, che risultano controproducenti, sia alla statica, sia alla dinamica. I segmenti ossei perpendicolari fra loro, infatti, marcando troppo l’apparato locomotore propulsivo, modificano la sua regolare posizione, soprattutto, rispetto al tronco. L’apertura dell’angolo femoro-tibiale trae i vantaggi summenzionati nel precedente paragrafo (gamba) se assestata entro i cinque gradi di variazione, determinati dall’inclinazione della tibia tra i 50 e i 55 gradi. La modifica del ginocchio verso un’apertura sempre di più maggiore dell’angolo retto, altrettanto come quelle sempre più vicine a novanta gradi, non giova alla funzione dell’arto pelvico. Il ginocchio troppo aperto rende il treno posteriore impalato, per cui, in movimento, perde spinta; mentre, in stazione, perde l’equilibrio, poiché finisce troppo avanzato (sotto di sé, ossia sotto il tronco). Garretto Rispetto alla gamba, fa risultare molto lungo il metatarso, poiché è posizionato alto. La sua altezza, nel raggiungere all’incirca i 2,5/10 dell’altezza al garrese, appunto, determina l’incontro con la tibia alquanto rialzato dal suolo, in modo che tale segmento osseo superiore si colloca con l’inclinazione congeniale. L’angolo tibio-tarsico di 140-145 gradi, perciò, è anche la conseguenza del garretto situato a distanza non eccessiva dal ginocchio a livello verticale (altezza al garretto poco inferiore all’altezza al ginocchio). L’angolatura dell’articolazione della tibia sul tarso, pertanto, trae i vantaggi descritti in precedenza grazie alla combinazione con il garretto alto, che annovera il segmento sottostante (unico tratto dell’arto posteriore perpendicolare al terreno) lungo al punto di prestarsi sufficiente, sia in movimento, sia da fermo. Il garretto situato distante dal suolo presenta lunga la leva che, appoggiando a terra, sposta (spinge) il cane in avanti, durante la deambulazione. L’appiombo del garretto, poi, che dispone del lungo tratto verticale verso terra, sostiene il peso corporeo nel modo migliore. La funzione d’appoggio, quindi, si giova della sua distanza più lunga possibile, che svolge il compito da colonna di sostegno, tanto più efficacemente quanto l’altezza al garretto è maggiore, tuttavia, senza che il segmento sottostante perda robustezza. Il rapporto con la lunghezza della gamba considerato tale da essere definito “molto lungo”, in realtà, riguarda una lunghezza relativa, poiché quella effettiva vede la misura in oggetto rapportarsi minore di circa il 5-6 % rispetto al segmento superiore. L’altezza alla punta del garretto che misura il 25 % dell’altezza al garrese, infatti, differisce dei punti percentuale suddetti, giacché la gamba di poco inferiore al 33 % (dello stesso rapporto) è ben più lunga. Metatarso Lungo circa 1/4 dell’altezza al garrese, corrisponde alle precedenti considerazioni elargite sul garretto. Altrettanto dicasi per l’appiombo. La sua perfetta posizione verticale, in effetti, è indispensabile alla più vantaggiosa funzionalità. Tanto per la dinamicità, quanto per la staticità, la robustezza e l’asciuttezza assicurano il suo più efficace servizio. Asciutto denota la consistenza ossea. Il substrato osseo consistente, conseguentemente, si presenta robusto. La forma quasi cilindrica agevola l’appiombo, poiché lo scaricamento verso terra del peso corporeo avviene ben distribuito in tutto il suo spessore. Il metatarso cilindrico, inoltre, è garante della propria robustezza. Gli eventuali speroni, però, interrompono il manifestarsi della forma a cilindro, ma quel che più conta è la loro superflua presenza, non certo vantaggiosa. Ragion per cui vanno amputati. Piede (posteriore) Pressoché identico in tutto a quello anteriore (stesse caratteristiche di forma, dita, cuscinetti ed unghie), tranne che per la dimensione. Più piccolo del piede anteriore equivale a meno voluminoso. La minore voluminosità, tuttavia, non è tanto differente al punto da risultare troppo evidente. Deriva dal potenziale minor sviluppo in spessore dell’arto pelvico rispetto a quello toracico. L’apporto funzionale, però, non ne risente. La sua base plantare, praticamente, effettua pari prestazioni di copertura sul terreno. La funzione di staticità non è ridotta; mentre, quella dinamica ottiene una buona dose di spinta, dato che la presa di terreno del piede propulsivo è quasi uguale alla base plantare del piede dell’allungo, che prende l’appoggio. Andatura La caratteristica tipica della razza espressa in movimento è sottolineata durante il passo. Il mastino napoletano, infatti, si muove camminando dinoccolato. Si tratta dell’andatura simile a quella dell’orso. Come in questo animale selvatico, anche nella nostra razza si manifesta per via della struttura voluminosa e pesante. L’incedere è appesantito, al punto che si muove lentamente. Il passo lento è il meno dispendioso d’energia, specie per muovere un brachimorfo dalla consistente impalcatura scheletrica. L’andatura al passo è adottata negli spostamenti di routine, che il mastino napoletano esegue durante la perlustrazione del territorio di competenza, sottoposto alla sua sorveglianza. Sprecando poca energia, mantiene integre le sue potenzialità difensive, quando avviene l’improvvisa scoperta dell’intruso, sul quale bisogna procedere all’attacco, nel pieno delle disponibilità di forza. L’incedere dinoccolato, inoltre, anche in movimento, presenta l’effetto deterrente della struttura architettonica voluminosa. La lentezza del passo, difatti, propone la maestosità della costruzione da pesante brachimorfo. La caratteristica dell’andatura dinoccolata, quindi, accentua il senso dell’appesantimento strutturale, che incute ancora più timore di quanto manifestato da fermo, per cui assume la connotazione di un valore aggiunto nella mansione di cane da guardia, dapprima, agevolato dalla funzionalità ottenuta dall’aspetto deterrente. L’intervento del mastino napoletano, che si presenta lento ed appesantito nei movimenti, poi, per piazzarsi immobile davanti all’osservatore, assolve il compito di guardiano nel modo più sbrigativo. Incutendo timore nell’avvicinarsi dinoccolato, prima di pararsi statuario davanti alla persona, in sosta fuori dal recinto della proprietà, immediatamente, dissolve qualsiasi situazione di potenziale pericolosità, senza intervenire con la forza. La costruzione che si manifesta ottimale con il passo dinoccolato assicura pure un trotto correttamente eseguito. Significa che il mastino napoletano si muove nell’andatura più veloce del passo tramite la forte spinta del posteriore e il buon allungo dell’anteriore, altrettanto necessari per sprecare meno energie durante gli spostamenti. La coordinazione tra gli arti pelvici e quelli toracici trova proprio nel trotto il modo di evidenziarsi, attraverso l’allungo che copre il raggio d’azione impresso dalla spinta propulsiva. Il trotto, perciò, conferma le caratteristiche positive che consentono la tipica andatura al passo da orso. La lentezza del passo si riflette anche nel trotto. L’andatura al trotto, pertanto, avviene lentamente. Il trotto del mastino napoletano, pur coprendo terreno, conseguentemente, è altrettanto lento e pesante quanto il passo. La lentezza del trotto, per via della voluminosità, fa sì che il nostro molosso percorre distanze limitate. L’appesantimento strutturale, unitamente a tutte le altre caratteristiche, obbligatoriamente, classifica il mastino napoletano come trottatore lento su brevi distanze. Questa classificazione della tipologia dinamica del pesante brachimorfo partenopeo è confermata dalla rarità del suo movimento al galoppo. Non essendo naturalmente portato a muoversi tramite l’andatura più veloce, significa che la costruzione voluminosa non lo facilita ad assumere il galoppo, tra l’altro, poco praticato durante il lavoro di guardia, dove il mastino napoletano spesso si trova in spazi ridotti. Il galoppo, comunque, è proporzionatamente lento quanto le altre andature. Resta sottinteso, dunque, che le andature preferibilmente, nonché costantemente eseguite, sono quelle al passo e al trotto, favorite dalla costruzione, che ottiene, con esse, il miglior rapporto tra il dispendio d’energia e la facilità del movimento. L’altra andatura quadrupedale eseguita dal mastino napoletano è soltanto tollerata. Il limite di tolleranza dell’ambio è imposto dalla correttezza della costruzione. In presenza di pari sviluppo tra la metà anteriore del tronco e la metà posteriore, l’ambio si tollera perché rappresenta un momento di facilitazione nello spostamento, durante il raggiungimento di una velocità intermedia tra il passo e il trotto. L’ambio, poi, si presta funzionale alla fase dinamica grazie alla possibilità di riposare, che offre ad alcuni muscoli, altresì impegnati durante le altre andature. La tolleranza dell’ambio, oltretutto, dipende dalla struttura pesante del mastino napoletano, che la propone come caratteristica facilmente correlata. L’ambio, infine, è tollerato poiché rappresenta l’andatura che il mastino napoletano adotta quando il territorio da perlustrare ha una metratura che richiede troppo tempo per essere percorsa al passo e troppe energie per essere percorsa al trotto. Il galoppo non rientra in tali fasi, giacché l’andatura più veloce di tutte parte solo nel caso in cui occorre raggiungere l’invasore. Obbligato a rincorrere l’invasore al galoppo, trae vantaggio se, negli attimi precedenti, il cane ha perlustrato all’ambio, in modo che si ritrova parte dei muscoli riposati, dai quali attingere piene energie per lo sforzo necessario alla massima velocità. Pelle Il rivestimento tegumentario del mastino napoletano diventa la caratteristica tra le più tipiche se ricopre tutto il corpo secondo una disposizione dappertutto abbondante. L’abbondanza della cute favorisce la lassità, per cui in ogni punto non è aderente al substrato anatomico. La pelle totalmente lassa si presta funzionale quando tirata dall’avversario si stacca dai tessuti sottostanti, allungandosi enormemente elasticizzata. La lassità, appunto, trae vantaggio quanto più l’abbondanza consente alla pelle di essere tirata lontano dal corpo, ovviamente, nei limiti razionali di una disposizione ancora sintonizzata alla tonicità. Il presupposto di protezione è fondamentale, perché il ferimento della pelle salva dai ferimenti le parti ricoperte. L’eventuale ferimento della pelle, oltretutto, è pur sempre meno doloroso del ferimento di un muscolo. Consegue che il danno è minore, per cui il cane continua a lottare senza che la pelle ferita condizioni più di tanto il suo intervento durante il lavoro. I muscoli feriti, invece, condizionano il proseguimento del lavoro, giacché riducono, se non annullano completamente, l’azione muscolare. La copertura tegumentaria favorisce ulteriormente il compito di protezione grazie al suo spessore. La pelle spessa si lacera più difficilmente, perciò resiste alla penetrazione e riduce le possibilità di ferimenti. Lo spessore tegumentario, infatti, consente la minore penetrazione, soprattutto, dei denti, qualora attaccato da un cane avversario. Se il malintenzionato invade il territorio accompagnato da un cane, destinato ad aggredire il mastino napoletano posto a sorveglianza, ecco che l’abbondante pelle lassa e spessa si presta come uno strumento di autodifesa, tanto più efficiente quanto più queste caratteristiche tegumentarie sono pregevolmente sviluppate. Lo sviluppo della pelle si presenta come un rivestimento assai maggiore di quanto il corpo del mastino napoletano ha bisogno. La superficie della copertura tegumentaria, pertanto, supera di gran lunga la superficie anatomica sottostante. Presente secondo i pregi suddetti, offre vantaggio ancora prima di rivelarsi funzionale durante il contatto corpo a corpo. Il decorso della funzionalità cutanea nel nostro molosso, difatti, comincia dall’effetto deterrente, che una siffatta copertura incrementa notevolmente. Oltre ad aumentare la volumetria corporea alla vista, incute timore l’aspetto decisamente pauroso, che la pelle conferisce al disegno somatico del mastino napoletano. La pelle ulteriormente sovrabbondante sulla testa e sul collo accentua l’effetto deterrente. Evidenzia, inoltre, che queste due regioni morfologiche si giovano dell’abbondanza, nonché della lassità e dello spessore cutaneo, per confezionare dei disegni assolutamente caratteristici. La pelle particolarmente abbondante, lassa e spessa, sulla testa e sul collo, dunque, caratterizza il mastino napoletano, ma non tanto perché contempla l’accumulo cutaneo inevitabilmente derivato dalla regione cefalica e da quella cervicale corte, piuttosto per soddisfare le prospettive funzionali legate al disegno che ne scaturisce ed a ciò che determina. Le numerose piegature formate nelle due regioni suddette disegnano un aspetto esteriore che è funzionale al conferimento della più truce espressione, dettata dal blocco cefalo-cervicale, affinché la necessità di far paura al malintenzionato, laddove serve al primo impatto visivo, cioè anteriormente (di fronte), disponga del mezzo supplementare fornito dalle rughe e dalle pliche cefaliche, nonché dalla giogaia sottomandibolare e sottocervicale. Mantello Le caratteristiche relative al pelo e al colore, pur non essendo determinanti ai fini della tipicità, incorniciano l’aspetto estetico e, finanche, risultano funzionali. Il pelo, anzitutto, si presenta nella condizione essenziale di essere corto. Ogni caratteristica, perciò, dipende da quanto il pelo corto fornisce dalle proprie correlazioni. La varietà dei colori, poi, riporta il cromatismo tradizionale, divenuto preferibile in certe tonalità rispetto ad altre soltanto tollerate. Un certo colore, piuttosto di un altro, trova motivo di perpetuarsi perché trasmesso insieme alle caratteristiche di tipicità. Nessuna selezione è operata in base al colore del mantello, pur se riveste dei risvolti da tenere in considerazione. Pelo Lungo non più di 1,5 cm, è corto al punto che, dappertutto, può presentarsi inferiore alla lunghezza anzidetta. La misura indicata come lunghezza massima, inoltre, evidenzia il pelo corto uguale su tutto il corpo. Indipendentemente se raggiunge o meno la massima lunghezza, che lo fa definire corto, infatti, copre l’intera superficie corporea senza variazioni, poiché quanto è lungo in una regione lo è altrettanto in ciascun’altra. L’eventuale variazione di lunghezza in talune regioni, tuttavia, non lo porta ad evidenziarsi in differenze confinanti rimarchevoli. La differenza di lunghezza (cortezza), qualora presente, è talmente minima, neppure da notarsi. Ragion per cui lo si definisce della stessa lunghezza ovunque, come naturalmente deve essere. Proprio questo conferma l’inesistenza delle frange, altrimenti viene meno la lunghezza massima indicata ad escludere possibilità e tolleranza del genere. Nessun accenno di frangia, difatti, può esserci in un mantello così corto, nonostante sia fine e liscio (caratteristiche che in altre razze sono correlate al mantello lungo e alle conseguenti frange). La finezza del pelo consiste nello spessore tale da non diradare i fori piliferi. Il pelo fine, perciò, è disposto molto numeroso, al punto che si presenta assai fitto. La superficie cutanea, conseguentemente, è coperta da un mantello tanto unito da diventare un involucro pressoché impenetrabile. Fine e corto, il pelo si dispone uniformemente liscio. Si presenta, pertanto, coricato in modo da risultare una copertura totalmente aderente alla cute, fino a contornare il corpo seguendo uniforme ogni piegatura della pelle. La suddetta disposizione del pelo conferisce densità al mantello. Il pelo denso crea uno strato di copertura della pelle esternamente resistente. Corto qual’è il pelo del mastino napoletano, si ricava che la densità del manto appare come una spazzola. Tutte le caratteristiche fin qui descritte favoriscono la tessitura vitrea. Il pelo vitreo è idrorepellente ed autopulente, perciò è funzionale per il cane da guardia che lavora sempre all’aperto e non è costantemente sottoposto a cure quotidiane mediante la spazzolatura. Il mastino napoletano interviene in ogni circostanza, per cui coperto da un mantello dal pelo corto, denso e vitreo, trae vantaggio quando le condizioni atmosferiche sono avverse. Espelle facilmente ed immediatamente l’acqua piovana e qualsiasi agente esterno, come la polvere, che causano fastidio. La tessitura vitrea, oltretutto, protegge la cute in quanto non consente una facile penetrazione agli insetti. Il pelo corto e vitreo, infine, non trattiene lo sporco e si pulisce sbrigativamente. In terreni fangosi, poi, accelera il procedimento di seccatura del fango addossato, che si stacca dal manto automaticamente, nel minor tempo possibile. Colore (del mantello) La suddivisione tra quelli preferiti e quelli tollerati acquisisce solo un significato di menzione, non certo di apprezzamento degli uni e deprezzamento degli altri. Il colore del mantello, nel mastino napoletano, difatti, non ha soverchia importanza, giacché agevola limitatamente la funzione durante la guardia e, addirittura, nulla determina agli effetti della tipicità (alcun colore è più tipico di un altro), nonché, nemmeno a favore del lavoro di presa. I colori preferiti, in sostanza, sono tali perché risultano essere quelli più diffusi, fermi restando i principi della pigmentazione, correlata a ciascun mantello. I colori tollerati, al contrario, sono tra quelli poco, se non raramente, presenti nel percorso storico della razza. L’affinità genetica che li ha strettamente correlati con le caratteristiche di tipicità e di funzionalità ha diffuso dei colori piuttosto di altri. Nient’altro di più. Giammai il colore ha influenzato l’allevamento, sennonché quando si è trovato addosso ad un portatore di pregi per le suaccennate caratteristiche tipiche e funzionali. Alcuni colori, talvolta, non godono di favoreggiamento perché carenti di pigmentazione, al punto da presentare le mucose troppo chiare, perfino rispetto al mantello, già di per sé chiaro. Un colore, solitamente chiaro, accompagnato da scarso pigmento, pure delle mucose, anzitutto, non è favorito nella valutazione estetica prima che selettiva. Si rivela, quindi, che è la diluizione del pigmento, portata da un colore predisposto per tale deficienza, a non farlo apprezzare. Un colore (chiaro), pur predisposto, ma pigmentato scuro alle mucose, viceversa, non è deprezzato. Tra i colori preferiti, cioè più diffusi, perciò, ci sono quelli che consacrano la tipicità e, limitatamente, la funzionalità soltanto perché sviluppati nel corso della selezione. Non tutti i colori preferiti, però, godono di pari sviluppo e, conseguente, ennesima diffusione. Ragion per cui il grigio, il piombo e il nero rappresentano maggiormente la razza, rispetto agli altri colori egualmente preferiti, ma meno rappresentati, vale a dire il mogano, il fulvo e il fulvo-cervo. L’ordine di maggior diffusione, tanto storicamente quanto attualmente, è proprio quello sopraelencato. I primi tre colori summenzionati hanno condizionato e continuano a condizionare la selezione verso la migliore tipicità. Il nero, il piombo e il grigio, infatti, sono i colori dei soggetti più tipici, selezionati nella storia della razza. Le caratteristiche tipologiche portate con tali colori li ha sviluppati più degli altri e, per forza, ne ha favorito la loro diffusione, nonché il principio, in questo caso, oggettivo e non certo soggettivo, della loro preferenza. Oggetto (appunto) di selezione per le caratteristiche correlate, presenti in qualità e quantità, quindi, si sono intrinsecati, al punto che la loro diffusione ha assunto una maggioranza talmente predominante da rendere rari gli altri colori. I tre colori maggiormente diffusi si presentano più facilmente a tinta unita, pur se talvolta delle piccole macchie bianche appaiono al petto e alle punte delle dita. Non c’è distinzione di sorta, anche stavolta, in fatto a preferenza, tra il nero, il piombo e il grigio completamente unicolori e quelli macchiati. Le piccole macchie bianche, d’altronde, non danneggiano l’effetto estetico. Se arrivano a farlo, vuol dire che raggiungono dimensioni maggiori del dovuto, sia se è la macchia sul petto ad ingrandirsi, oppure le macchie sulle dita ad invadere parte oltre le punte. Non si tratta, comunque, di un fattore soltanto estetico, poiché questi tre colori, quando sono macchiati, risentono della possibile diluizione del pigmento, specie alle unghie. La macchia bianca ingrandita sul piede, difatti, favorisce lo schiarimento della pigmentazione delle unghie nelle dita interessate. Il nero, il piombo e il grigio macchiati, perciò, nell’essere apprezzati pari a quelli unicolori, dipendono dall’estensione delle macchie bianche, che mai può oltrepassare i limiti antiestetici e della corretta pigmentazione. I tre colori meno diffusi, pur tra quelli preferiti, risentono delle condizioni selettive contrarie al piombo, al grigio e al nero. Il mogano, il fulvo e il fulvo-cervo, difatti, hanno dato raramente dei soggetti tipici. Ragion per cui, tuttora, si presentano saltuariamente, nonostante che la loro pigmentazione delle mucose è accettata, anche se riflette il colore del mantello. Se il fulvo-cervo e il fulvo, però, spesso hanno le mucose più scure, sono parimenti considerati pure se il pigmento è in sintonia al colore del pelo. Il mogano, invece, è sempre pigmentato chiaro, ma non per questo è meno apprezzabile. Tutti i colori indicati come preferiti appaiono anche nella versione tigrata. Significa che ciascuno dei colori sopraelencati dispone della possibilità di presentare delle strisce verticali (nel senso delle costole) di un altro colore. Il classico tigrato, dove il colore di fondo è chiaro e le strisce scure, nel mastino napoletano si presenta raramente, per le stesse condizioni di cui detto sopra in merito ai colori meno diffusi. Il mantello tigrato più diffuso nel molosso partenopeo, infatti, è quello a fondo nero con strisce chiare, tra quelle appartenenti al fulvo nelle diverse tonalità. Si evince, infine, che anche i mantelli tigrati godono di preferenza pari a quelli dalla tinta unita. Sono giovati dal fatto che le mucose sono sempre ben pigmentate, in virtù della presenza di un colore scuro, sia di fondo, sia di striatura. I colori tollerati, sostanzialmente, corrispondono alle diluizioni di quelli preferiti, per cui favoriscono l’insorgere del pigmento chiaro. Il nocciola, il tortora e l’isabella, infatti, presentano le mucose scarsamente pigmentate, pur se in sintonia al colore del mantello. Questo comporta che la tolleranza di detti colori dipende proprio dalla scarsa pigmentazione generale, tanto del mantello, quanto delle mucose. I fattori che portano alla preferenza o alla tolleranza, quindi, dipendono dai colori del mantello scuri e chiari, che determinano il pigmento delle mucose in sintonia. I colori scuri, pertanto, sono preferiti, tra l’altro, per il forte pigmento generale, sovente con le mucose più scure del mantello. I colori chiari, viceversa, sono solo tollerati per via dello scarso pigmento generale, addirittura, con le mucose più chiare del mantello. Il fattore pigmento, quindi, dapprima, incide sulla funzione estetica, poiché il colore del mantello chiaro e le relative mucose, altrettanto, se non più chiare, sminuiscono l’aspetto generale. Il colore del mantello, poi, indipendentemente dalla pigmentazione delle mucose, si presta meglio adatto al lavoro di guardia per due motivi, pur non determinanti, ma non del tutto indifferenti. I colori scuri, infatti, incidono sull’effetto di guardiano deterrente, durante il giorno, nonché sull’effetto sorpresa, durante la notte. Appare logico che il cane da guardia predisposto alla preventiva mansione di far paura incute maggior timore se il suo aspetto esteriore si presenta cupo. Niente di meglio, quindi, del mantello più scuro possibile, che accentua le caratteristiche deterrenti della morfologia, fornendo un contesto estetico più raccapricciante. Se il mantello scuro, pertanto, offre alla funzione di guardia un vantaggio del genere durante il giorno, favorendo la prevenzione, altro vantaggio lo offre di notte, stavolta allo scopo di entrare in azione senza essere visto dall’intruso. Il mastino napoletano di colore nero, piombo o grigio, proprio per questo è agevolato durante la notte, affinché si presta ad intervenire di sorpresa, in quanto è difficilmente visibile, laddove prevale il buio. Il mantello chiaro, in proposito, è meno favorito, pur se non debilitato, giacché l’apporto del colore, come detto, è soltanto marginale alle altre caratteristiche assolutamente necessarie per le mansioni sopra descritte. Taglia L’escursione talmente variabile indica che nel mastino napoletano ci sono delle altre caratteristiche più importanti dell’altezza al garrese. Resta sottinteso, tuttavia, che ogni caratteristica trova la miglior applicazione entro la taglia più consone. Una serie di caratteristiche, quantunque siano meritevoli di maggior attenzione, rispetto all’altezza al garrese considerata di per sé stessa, acquista vario effetto in seno alla tipicità e alla funzionalità a seconda se contenuta in una taglia più vicino al limite minimo o a quello massimo. L’insieme delle caratteristiche, per quanto valore hanno in base al tipo e alla funzione, trovano il grado di efficacia dalla taglia che più o meno le valorizza. Il limite minimo posto ben al di sotto del limite massimo evidenzia l’ammissibilità di molteplici modelli architettonici in fatto a dimensione corporea dipendente dall’altezza, che scaturiscono da una tanto differenziata variazione. L’altezza al garrese che, assommando i due sessi, raggiunge un’escursione di ben quindici centimetri, tra i limiti desiderati, sennonché, addirittura, di diciannove centimetri, comprese le tolleranze, lascia adito ad un’infinita gamma di taglie, sulle quali intervengono delle precise, quanto indirizzate, considerazioni in merito al modello architettonico ottimale da perpetuare. La suddivisione tra i sessi riduce il divario, ma permane pur sempre un netto contrasto entro ciascun sesso. L’appartenenza alla taglia minima o massima, indipendentemente se maschio o femmina, infatti, offre delle diverse prospettive, in quanto, comunque, si antepongono considerevolmente, stante gli otto centimetri di differenza nelle femmine e persino i dieci nei maschi. Comprese le tolleranze, si arriva fino ai dodici centimetri delle femmine e, bensì, ai quattordici dei maschi. Cotanta differenziazione, però, fa sì che le femmine non sono sacrificate alla sola altezza, dato il loro limite minimo molto basso, nonché fa rientrare i maschi più piccoli pur sempre nella taglia media del sesso opposto. Le femmine grandi, d’altro canto, rientrano nella taglia media maschile. Si ottiene, conseguentemente, il confine del dimorfismo sessuale, poiché i maschi al limite inferiore si differenziano dalle femmine più piccole e le femmine al limite superiore si differenziano dai maschi più grandi. Un sesso, perciò, non sconfina nelle misure esclusivamente riservate all’altro. Le misure massime dei maschi e quelle minime delle femmine, inevitabilmente, sono invalicabili, pena il rischio di perdere le prerogative sessuali, fermo restando che i fattori di mascolinità e di femminilità non dipendono solamente dall’altezza al garrese. Un maschio minuto (sottotaglia), cioè sconfinante nelle taglie riservate alle femmine (tra l’altro, quelle minime anche per il sesso femminile), quanto una femmina mastodontica, cioè sconfinante nelle taglie maschili (oltre la taglia media del sesso maschile, quasi nelle loro taglie maggiori), tuttavia, pur se tipici, non sempre presentano intatte le proprie caratteristiche legate al sesso d’appartenenza, per cui la tipicità non si manifesta consone al dimorfismo sessuale. Limiti così distanti, oltretutto, si differenziano per via di presentare spiccato o ridotto il contesto della tipicità e della funzionalità. Le stesse caratteristiche tipiche, infatti, spiccano nelle taglie maggiori; mentre, nelle taglie minori perdono sempre qualcosa, se non quasi tutto il loro effettivo valore, salvo dei compromessi che giustificano una simile variazione. La taglia minima, infatti, non valorizza il tipo quanto la taglia massima. Nemmeno il caso delle taglie medie supera le taglie massime, visto che il mastino napoletano tipico trae vantaggio dal presentarsi imponente, perciò maestoso, altrimenti lo svantaggio è tale da risultare persino insignificante. Si sa, in proposito, quanto influisce l’altezza elevata. Ennesima valutazione pure per le caratteristiche funzionali, poiché le massime altezze conferiscono l’ausilio più utile, stante la prevalente mansione di cane da guardia deterrente. Il compromesso, che in questo caso è funzionale, traspare dalla mansione di cane da presa assolta anche dalle altre taglie (inferiori), nonché, dicasi altrettanto per il movimento. Ragion per cui il considerevole divario è giustificato. L’altezza al garrese che va da 65 a 75 cm nei maschi e da 60 a 68 cm nelle femmine, con la tolleranza di 2 cm in più e in meno, per entrambi i sessi, dunque, permane valida, perché se verso il limite massimo la tipicità è risaltata e la funzionalità delle caratteristiche deterrenti è assolutamente garantita; verso il limite minimo, pur se la tipicità, anche parimenti presente, non è espressa al meglio, gode vantaggio la funzionalità delle caratteristiche di deambulazione e, in parte, di presa. A favore del lavoro di guardia a scopo deterrente, il mastino napoletano dall’altezza maggiore emette più sensazione di timore, poiché si presenta più imponente e maestoso (quel che serve per far paura, oltre alle caratteristiche tipologiche). Questo indipendentemente dal sesso, pur se i maschi, ovviamente, per via di raggiungere taglie superiori alle femmine, aumentano ancora più considerevolmente l’effetto deterrente. Una femmina di taglia massima, tuttavia, è sempre competitiva nella mansione in oggetto. L’altezza al garrese, però, risulta totalmente efficace se la struttura architettonica è proporzionata, pena delle forme somatiche sgraziate, al punto di offrire una sensazione d’incapacità fisica, piuttosto che esternare la piena potenza anatomica. Il mastino napoletano grande e proporzionato, infatti, evidenzia le potenzialità custodite in una siffatta struttura anatomica, tali da incutere rispetto per così tanta impressionabilità emessa dall’armonia fisica. Le taglie inferiori, come detto, godono di maggior efficacia nella deambulazione. Questo grazie alla struttura meno pesante e, soprattutto, alla certa possibilità di presentare delle adeguate proporzioni. La taglia media, comunque, è sempre avvantaggiata sulla taglia piccola, poiché le facilitazioni anzidette sono statisticamente più probabili. La taglia minima, difatti, sovente presenta le medesime difficoltà della taglia massima, anche a favore del movimento, risultando sproporzionata per difetti od eccessi egualmente antifunzionali. La piccola altezza accompagnata dalla struttura troppo leggera è deficiente quanto la grande altezza con lo stesso difetto strutturale; viceversa, la piccola altezza accompagnata dalla struttura troppo pesante è eccedente quando la grande altezza con lo stesso eccesso strutturale. Consegue che, a favore del movimento, fermo restando la taglia media con le maggiori probabilità di muoversi meglio, tra l’altezza verso il massimo e quella verso il minimo, tutte con le dovute proporzioni, l’incedere tipico – lento e dinoccolato – si manifesta nella misura più funzionale nel mastino napoletano più grande. Il mastino napoletano più piccolo, però, è favorito nel movimento che funziona secondo il senso generale del termine, ossia nel modo di espletare la deambulazione efficacemente funzionale di per sé stessa, al di là delle caratteristiche strettamente tipiche. Il favore concesso dalle taglie inferiori alle caratteristiche della presa, come detto, è ottenuto solo in parte. Questo perché va inteso relativamente alla constatazione che il mastino napoletano, per quanto piccolo, pur sempre dispone di una taglia in grado di esplicare un morso efficace. Ragion per cui qualsiasi taglia risulta funzionale nella mansione di cane da presa, nel senso più stretto del termine. Resta sottinteso, anche in questo caso, che il mastino napoletano di grande altezza espleta una potenza di presa proporzionatamente superiore, pur se in tale mansione subentrano altri fattori determinanti, tra l’altro, più facilmente presenti nelle taglie elevate. A favore della presa, indubbiamente, il mastino napoletano piccolo trae vantaggio nelle azioni di movimento corollarie al morso. Risulta, comunque, che ogni mansione in cui la nostra razza è utilizzata gode dei benefici derivati dalle proporzioni, indipendentemente dall’altezza. Carenze od eccessi strutturali penalizzano l’architettura generale, al punto che né l’altezza massima, né quella minima, si prestano funzionali. Strutture troppo leggere non favoriscono nemmeno l’agilità dei movimenti, tanto nella deambulazione, quanto nell’azione di presa, a causa della fragilità, che debilita ogni altezza. Strutture troppo pesanti non favoriscono la potenza anatomica di nessun genere, giacché si manifestano per niente prestanti, al punto di annullarsi nei movimenti, oltre che annullare l’effetto deterrente, a causa di un’altezza, qualunque sia, sminuita dal fattore negativo dell’ingombro corporeo debilitante nel caso della necessità dell’intervento risolutivo immediato. Peso La suddivisione tra i due sessi, che comporta i maschi da 60 a 70 kg e le femmine da 50 a 60 kg, è indicativa della dose ponderale del dimorfismo sessuale. Suddiviso, pertanto, nettamente tra maschi e femmine, è indicato che l’uno dall’altro sesso, quando di pari altezza, si differenzia in un peso equidistante, giacché il limite minimo maschile equivale al limite massimo femminile (diversamente dall’altezza al garrese, che non è altrettanto nettamente suddivisa, bensì confina entro un margine più ampio). Il confine del dimorfismo sessuale, relativamente al peso, dunque, identifica l’indice ponderale assolutamente non paritetico, per cui nemmeno con un minimo margine condiviso quanto l’altezza al garrese. Il rapporto tra l’altezza e il peso, ovviamente, è maggiore nei maschi. La prerogativa del genere, però, non inficia la tipicità e la funzionalità delle femmine, anzi valorizza l’essenza del dimorfismo sessuale favorito dal peso. I valori dei limiti ponderali sopraindicati, automaticamente, seppur teoricamente, si addossano all’altezza minima e massima. Il maschio di 60 kg corrisponde all’altezza di 65 cm; mentre, quello di 70 kg è assoggettato a 75 cm. La femmina di 50 kg è associata all’altezza di 60 cm; mentre, quella di 60 kg è relativa a 68 cm. Vuol dire che il medesimo peso di 60 kg, appunto, è correlato all’altezza maschile più piccola di quella femminile, per cui il maschio risulta proporzionatamente più massiccio. Significa che a pari peso, con l’altezza più piccola, il maschio riempie di più i volumi rispetto alla femmina. La medesima altezza (per entrambi i sessi), perciò, individua una differenza sessuale del maschio in più sulla femmina di 3-4 kg. Nell’altezza comune ai due sessi, conseguentemente, il relativo limite minimo accomunato in 65 cm corrisponde a 60 kg nei maschi e a 56 kg nelle femmine; mentre, il relativo limite massimo accomunato in 68 cm corrisponde a 63 kg nei maschi e a 60 kg nelle femmine. L’indice ponderale (riferito al chilogrammo per centimetro) che scaturisce dai rapporti suddetti, quindi, prevede quello per il maschio sullo 0,93 e quello per la femmina che varia, rispettivamente dalla mole minima a quella massima, dallo 0,83 allo 0,88 (per cui la media è dello 0,85-0,86). Il rapporto altezza-peso, quindi, è fissato nel sesso maschile; mentre, in quello femminile è variabile, al punto che l’indice ponderale valido per le altezze minori non lo è per quelle maggiori. Viceversa, l’indice ponderale per le altezze maggiori è valido anche per quelle minori, poiché aumenta il peso, perciò riempie di più i volumi e proporziona più massicciamente la femmina. Le altezze comprese nelle tolleranze dei due centimetri in più e in meno, stante l’indicazione del peso che non contempla aggiunte a quello suaccennato, conducono a qualche chilo inferiore e superiore ai limiti previsti. Vale a dire che i maschi di 63 cm pesano 58 kg e quelli di 77 cm sono 72 kg; mentre, le femmine di 58 cm arrivano a 48 kg e quelle di 70 cm a 62 kg. La differenza sessuale con la medesima altezza, presa ai limiti estremi di quella in comune, dunque, trova la femmina di 63 cm sui 54 kg e il maschio di 70 cm sui 65 kg, per cui permane sempre lo stesso divario di 3-4 kg. Se non è così sottinteso, bensì il peso indicato, in quanto non riporta la corrispondente tolleranza, comprende pure i limiti dell’altezza al garrese tollerata (maschi: 63 cm per 60 kg e 77 cm per 70 kg; femmine: 58 cm per 50 kg e 70 cm per 60 kg), cambia l’indice ponderale summenzionato. I maschi più piccoli lo presentano sullo 0,95 e quelli più grandi sullo 0,91 (per cui sullo 0,93 resta solo quale media, ossia per l’altezza mediana); mentre, le femmine, indistintamente se più piccole o più grandi, lo annoverano sullo 0,86. L’indice ponderale, al contrario della correlazione precedente, pertanto, è fisso per il sesso femminile e vario per quello maschile. Nei limiti inferiori e superiori delle altezze che escludono la tolleranza, quindi, il peso è ritoccato di 2 kg (le altezze minori aumentano di 2 kg; quelle maggiori diminuiscono di 2 kg), per cui si riduce il divario ponderale. I rapporti, infatti, vedono i maschi di 65 cm sui 62 kg e quelli di 75 cm sui 68 kg; mentre, le femmine di 60 cm sui 52 kg e quelle di 68 cm sui 58 kg. Cambiano, in tal modo, le proporzioni che riempiono i volumi. Ciò, comporta che i maschi e le femmine dalle altezze minori presentano delle proporzioni più massicce; viceversa, quelli dalle altezze maggiori sono meno massicci. Tutto il concetto della tipicità e della funzionalità è capovolto, dato che in condizioni ponderali del genere il mastino napoletano assume le prevalenti caratteristiche statiche di cane da guardia deterrente con l’altezza minore e, viceversa, quelle prevalentemente dinamiche per l’azione di presa e di deambulazione con l’altezza maggiore. Viene meno, in tali condizioni, la prerogativa del cane statico deterrente favorito dalla dimensione corporea tridimensionalmente più grande. Altrettanto dicasi per il movimento, in quanto l’altezza maggiore, comunque, risente del peso pur sempre tale da essere condizionante, per cui perde la prerogativa dinamica spettante all’altezza minore e dal peso inferiore. Tutta la serie delle correlazioni prima descritte, poi, subisce delle variazioni non indifferenti, che fa propendere per il primo caso piuttosto del secondo, giacché i benefici risultano decisamente migliori. Questi rapporti, qualsiasi sono, però, non rappresentano nemmeno teoricamente un’indicizzazione fiscalizzata, al punto da non esserci alcuna variazione. Preso entro i limiti indicati, invece, nulla vieta che il mastino napoletano dalla minima altezza disponga di un peso maggiore, finanche rapportato all’opposto. L’escursione del peso previsto, infatti, è ugualmente teorizzata anche al contrario, cioè variabile indipendentemente dall’altezza. L’indice ponderale si modifica, aumentando considerevolmente, appunto, nel caso appena accennato. Il maschio di 65 cm che raggiunge i 70 kg, presenta l’indice in oggetto sul 1,08; mentre, la femmina di 60 cm pesante 60 kg lo presenta 1,00 (perfettamente paritetico). Se gli stessi pesi appartengono anche ai limiti tollerati inferiormente, l’indice ponderale del maschio di 63 cm per 70 kg è 1,11 e quello della femmina di 58 cm per 60 kg è 1,04. Aumenta ancora nel caso delle altezze minori, che arrivano a pesare quanto è indicativamente applicabile per i limiti tollerati superiormente. Vale a dire che l’indice ponderale del maschio di 63 cm per 72 kg è 1,14 e quello della femmina di 58 cm per 62 kg è 1,07. Gli indici ponderali così modificati non creano problematiche di sorta in una razza che fa della mole massiccia lo strumento di lavoro. Negativo è viceversa, ossia se il maschio di 75 cm pesa 60 kg e la femmina di 68 cm pesa 50 kg. Casi del genere, opposti ai precedenti, annoverano un indice ponderale (0,80 per il maschio e 0,74 per la femmina) decisamente insufficiente, perciò antifunzionale. Peggio se questi stessi pesi si manifestano ai limiti di altezza tollerati superiormente. L’insufficienza funzionale dell’indice ponderale di 0,78 del maschio di 77 cm per 60 kg e di 0,72 della femmina di 70 cm per 50 kg è palese. Non da meno ne risente la tipicità. Il divario tra degli indici ponderali estremizzati secondo tale opposizione, tuttavia, è talmente enorme che nel mastino napoletano non coesistono, nonostante l’ammissibilità sia ampliata dai limiti ben distanziati. Il freno all’escursione del peso in rapporto all’altezza al garrese, indubbiamente, è posto dalla volumetria. Ragion per cui l’altezza beneficia del peso che riempie i volumi. Il peso ridotto, addirittura, decisamente troppo, per un mastino napoletano alto, perde le facoltà volumetriche. Come descritto sopra, la funzionalità diminuisce fino a ridurre completamente ogni efficacia e la tipicità è totalmente assente. Considerando che la funzione di cane da guardia deterrente gode del più efficace beneficio se il mastino napoletano presenta una dimensione strutturale imponente, per cui risponde meglio la massima altezza al garrese, anche in virtù del concetto anzidetto, è impossibile il rispetto tassativo dei limiti di peso previsti, soprattutto, per quelli superiori. Le altezze al minimo, nell’usufruire della massima escursione ponderale fino al limite superiore indicato, si prestano certamente più funzionali, in ragione al conseguente aumento volumetrico. Peccato, però, che il volume acquisito con il peso dal rapporto aumentato è pur sempre ridotto a causa dell’altezza inferiore. Il rapporto altezza-peso, infatti, per quanto si presenta elevato, perde sempre qualcosa di funzionale se addossato ad una taglia ridotta al minimo. Si avrà una mole effettivamente massiccia, ma pur sempre entro un’altezza contenuta, che ne limita la funzionalità. Ragion per cui, comunque, è preferita l’altezza maggiore, specie se annovera il peso più appropriato possibile. Applicando lo stesso criterio che beneficia l’altezza minore con il massimo peso indicato, decretando l’aumento dell’indice ponderale sopra calcolato, ecco che il maschio di 75 cm raggiunge gli 81 kg e la femmina di 68 cm i 68 kg. Ai limiti superiori di tolleranza si trova l’aumento di 2 kg, cioè il maschio di 77 cm arriva a 83 kg e la femmina di 70 cm a 70 kg. Secondo i successivi indici ponderali calcolati sulle suddette possibilità, il rapporto altezza-peso si assesta su dimensioni assolutamente massicce. Relativo ai maschi, l’indice ponderale di 1,11 trova i 75 cm sugli 83 kg e i 77 cm sugli 85 kg; mentre, quello di 1,14 trova i 75 cm sugli 85 kg e i 77 cm sugli 87 kg. Relativo alle femmine, l’indice ponderale di 1,04 trova i 68 cm sui 70 kg e i 70 cm sui 72 kg; mentre, quello di 1,07 trova i 68 cm sui 72 kg e i 70 cm sui 74 kg. Il peso, pertanto, sulla base iniziale dei 60-70 kg per i maschi e dei 50-60 kg per le femmine, raggiunge facilmente gli 87 kg maschili e i 74 kg femminili. Organi sessuali maschili L’integrità dell’apparato genitale si manifesta con i testicoli di aspetto normale e ben discesi nello scroto quando la loro dimensione è proporzionata alla mole, nonché quando sono trattenuti abbastanza aderenti al corpo. La dimensione non è esigua, ma nemmeno esagerata, poiché, pesando troppo, trascinano lo scroto a rilassarsi enormemente. La borsa scrotale non è troppo grande, al punto da allungarsi a dismisura. Lo scroto appesantito e rilassato porta i testicoli troppo distanti dal corpo, per cui sbatacchiano contro gli arti posteriori, causando fastidio durante il movimento. Aumentano, inoltre, la possibilità di essere presi dall’avversario. Oltre che antiestetici, dunque, sono pure antifunzionali. I testicoli normalmente sviluppati e contenuti nello scroto a mò di piccola borsa non infastidiscono come quelli a penzoloni. Segnalano, inoltre, che il cane è tonico. Difetti Qualunque variazione dalle caratteristiche etniche ideali è difettosa, soprattutto, quando altera la tipicità e la funzionalità. La penalizzazione, in sede di giudizio, secondo la gravità, si applica più il difetto diminuisce od accentua il tipo e riduce l’espletamento della funzione. Tanto l’ipotipo, quanto l’ipertipo, sono difettosi. La riduzione della funzionalità, tuttavia, dipende da differenti fattori. L’ipotipicità è comunque difettosa, dato che fa perdere ogni caratteristica utile a qualsiasi mansione, almeno quelle espletate secondo le peculiarità della razza. L’ipertipicità, invece, favorisce ulteriormente la mansione prevalente del mastino napoletano. Le caratteristiche ipertipiche, infatti, forniscono un aspetto maggiormente deterrente, per cui nella guardia incute più paura. Il lavoro di prevenzione, quindi, è garantito da una migliore efficacia, fermo restando che già il tipo ideale è pienamente adatto al compito. Se l’ipertipo è funzionale nella guardia deterrente che previene l’intrusione, al punto di non richiedere l’intervento nella presa, non significa che il mastino napoletano debba fare a meno delle relative caratteristiche inerenti a quest’altra mansione. Ragion per cui il compromesso tra l’aspetto deterrente e le potenzialità della presa assume l’equilibrio delle caratteristiche, a difetto dell’ipertipicità. Altro compromesso che toglie valore all’ipertipo è la funzionalità locomotoria, per cui la riduzione delle capacità di movimento penalizza il mastino napoletano ipertipico, poiché tende ad essere carente di tonicità. La gravità verso l’ipotipo o l’ipertipo, però, è a sfavore del modello diluito piuttosto di quello accentuato. Il mastino ipertipico, appunto, nonostante sia difettoso, perlomeno è funzionale nella mansione cui la razza è prevalentemente indirizzata. Utilizzato nella guardia a scopo deterrente, come detto, non riduce la funzionalità, bensì ne consente l’aumento. I difetti penalizzati sulla base della loro diffusione, quindi, tengono conto di ciò che comportano. L’ipertipo, pertanto, qualora sia più diffuso dell’ipotipo, non prevede una maggior penalizzazione dell’uno piuttosto dell’altro, relativamente a questo unico fattore. Il mastino napoletano ipotipico, assolutamente, è da penalizzare; mentre, quello ipertipico, anche se più diffuso, merita particolare attenzione prima di calcolare la sua gravità in rapporto alla diffusione. L’ipertipo, certamente più diffuso dell’ipotipo, dunque, è penalizzabile soltanto secondo il criterio della gravità delle caratteristiche accentuate, che tolgono le potenzialità della presa e le capacità di movimento. Ogni deviazione dalle caratteristiche etniche in piena tipicità e funzionalità, infine, è penalizzata mediante la rilevazione nelle varie regioni, ma commisurate nell’insieme del valore generale. Difetti eliminatori dal giudizio L’esclusione di un mastino napoletano dalla stesura della relazione completa da parte del giudice avviene quando si riscontra il prognatismo pronunciato, il portamento della coda a tromba e l’altezza al garrese deficiente od eccedente. Uno solo di questi difetti comporta l’immediata eliminazione, con la mancata assegnazione della qualifica, nonostante tutto il resto presenti delle eventuali caratteristiche interessanti. La chiusura anteriore dei denti con gli incisivi inferiori sopravanzati, rispetto a quelli superiori, porta all’eliminazione dal giudizio quando il difetto è pronunciato. Significa che il prognatismo, di per sé, è già un difetto, qualunque sia la misura che lo determina, ma è escluso in esposizione solo se la protrusione mandibolare è eccessiva. Il prognatismo pronunciato è inteso – in cinognostica – quando deturpa l’aspetto esteriore del muso, al punto che, a bocca chiusa, si vedono i denti e, talvolta, anteriormente, esce la lingua (pure se di lunghezza normale). L’accentuazione della chiusura prognata, che distanzia troppo i denti anteriori mandibolari da quelli corrispondenti dei mascellari superiori, tuttavia, comporta ugualmente l’eliminazione dal giudizio, anche se non deturpa visibilmente l’aspetto esteriore del muso, perché annovera le ossa facciali eccessivamente raccorciate. La mascella superiore non sviluppata in lunghezza presenta un grave handicap funzionale, tra l’altro, perché perde efficacia durante il morso, in quanto si riduce la superficie di presa. La pressione mandibolare apportata nella chiusura del morso, poi, non trova pari opposizione nella mascella superiore, che disperde buona parte della potenza impressa dai muscoli masticatori. La funzione a mò d’incudine della mascella superiore, pertanto, non è sufficiente a sopportare l’effetto del martello della funzione mandibolare. Il prognatismo pronunciato, essendo il solo grado del difetto di chiusura dentaria eliminatorio dal giudizio, consente alla chiusura leggermente prognata di ottenere la qualifica. Il leggero prognatismo, quindi, è giudicato quanto le regolari chiusure a forbice e a tenaglia, pur se bisogna tenerne conto come difetto, quale deviazione dalle caratteristiche ideali, che sono penalizzate in rapporto alla gravità e alla diffusione. Il prognatismo, appunto, aumenta di gravità più diventa pronunciato, pertanto, finché è minimo, non riporta problemi preoccupanti. L’aumento del prognatismo, invece, preoccupa anche dal punto della regolare respirazione, poiché la canna nasale perde efficacia funzionale, a causa della lunghezza limitata, che accelera l’attività d’inspirazione ed espirazione. Il flusso respiratorio, così, aumenta d’intensità, sottoponendo a maggior sforzo gli organi preposti, vale a dire che i polmoni sono sovraccaricati di lavoro e, conseguentemente, il cuore è costretto ad accelerare i battiti. La menomazione appare evidente, perché affatica il cane oltre il dovuto, in ogni azione dinamica. Il prognatismo, proprio per la mansione prevalente di cane da guardia a scopo deterrente, perciò sottoposto ad un movimento limitato, però non menoma più di tanto, quindi, secondo questo uso, non rappresenta un difetto (funzionale) eccessivo, perlomeno, finché non altera la tipicità. L’eliminazione dal giudizio per causa della coda portata a tromba penalizza non tanto e solo un difetto estetico, piuttosto un difetto anatomico. La coda portata alta in movimento supera notevolmente il limite di sollevamento posto a livello orizzontale o appena più elevato del dorso. Il portamento dell’appendice caudale troppo sopraelevato segnala che i muscoli interessati a muovere la coda non sono tutti parimenti normalmente sviluppati. La coda, infatti, assume la posizione a tromba perché i muscoli sottostanti, addetti ad abbassarla quando si contraggono (nel momento in cui il cane è a riposo), dimostrano di essere atrofizzati. I muscoli antagonisti, ovvero quelli superiori, che alzano la coda, conseguentemente, non trovano opposizione dai muscoli inferiori, per cui portano l’appendice caudale a sopraelevarsi con facilità. Ciò, denota che la coda si abbassa per il rilassamento dei muscoli sovrastanti, che fa prendere peso caudale verso il basso, invece, che per il normale lavoro degli appositi muscoli sottostanti. I muscoli non parimenti sviluppati, inoltre, venendo meno il loro antagonismo funzionale, non lavorano in modo da trattenere la coda secondo il tipico portamento. La coda amputata, qualora sia portata alta, è pur vero che non accentua la curvatura, altrimenti l’effetto estetico è ancor più peggiore, ma permane ugualmente la figura a tromba. La conchectomia, quindi, togliendo l’accentuazione del difetto, non impedisce il danno muscolare suaccennato. L’altezza al garrese deficiente od eccedente esclude dal giudizio perché comporta delle problematiche di tipicità e di funzionalità non indifferenti. La deficienza dell’altezza presenta un mastino napoletano talmente minuto da perdere tutte le caratteristiche che lo rendono imponente e maestoso. La tipicità viene meno, a causa della riduzione dell’insieme strutturale, che sminuisce la presentazione di ciascuna caratteristica somatica. Il mastino napoletano minuto perde il tipo al massimo grado, poiché tutto è ridotto di dimensione, per cui drasticamente i volumi non esistono. La piccola altezza dovuta alla riduzione dell’impalcatura scheletrica, infatti, presentando delle inerenti proporzioni fisiche, oltre ai diametri verticali, perde pure i diametri trasversali, che sono assolutamente necessari per ottenere lo sviluppo volumetrico. Il mastino napoletano dall’altezza inferiore al limite minimo della tolleranza è notevolmente penalizzato durante il lavoro, in quanto non dispone delle caratteristiche di funzionalità consone alle mansioni cui è sottoposto. Nella guardia si dimostra poco deterrente, perché tutto si presenta sminuito, al punto da renderlo perfino incapace di far paura, per quello che ci si attende da un cane del genere. Ciò è dovuto non tanto alla piccola altezza di per sé stessa, quanto alle proporzioni che perdono l’effetto deterrente, appunto, per via di presentare altrettanto piccola la dimensione corporea. L’effetto deterrente, infatti, non è espresso al meglio, a causa della minutezza che alleggerisce il complesso strutturale, fino a dimostrarlo misero in forza e prestanza fisica. L’inefficacia dell’altezza ridotta si manifesta anche durante l’azione di presa e di deambulazione. La forza misera non consente una prestanza fisica tale da dimostrarsi potente. L’impatto contro l’antagonista perde la possibilità di favorire la presa nel modo più semplice, a causa della mancata sottomissione dell’avversario, ottenibile nel corpo a corpo, che consente di poter assestare il morso senza eccessivo sforzo. Il morso, poi, non usufruisce della potenza mandibolare, giacché una struttura architettonica proporzionata alla piccola altezza offre poca pressione. Il movimento, infine, non decreta la tipica andatura lenta e dinoccolata, bensì velocizza ogni azione dinamica. La prospettiva, tuttavia, cambia quando l’altezza deficiente è dovuta agli arti corti. Il mastino napoletano vittima del mancato sviluppo in lunghezza delle ossa degli arti, causante soltanto la riduzione dell’altezza al garrese, però, non è compromesso nello sviluppo di tutto il resto del corpo. Le proporzioni si presentano pur sempre sbagliate, anche se a causa di una sola caratteristica negativa, ma restano intatte tutte le peculiarità che favoriscono le funzioni, soprattutto, quelle della guardia deterrente e della presa, piuttosto della deambulazione. Il mastino napoletano basso sugli arti, difatti, mantiene invariate le caratteristiche che incutono paura, poiché perfino i volumi corporei persistono elevati, per cui espleta, ancora egregiamente, sia la funzione deterrente nella guardia, sia la funzione del morso troncante nella presa. Se le condizioni di staticità, utili alle funzioni suddette, aumentano grazie all’abbassamento del baricentro corporeo entro dei diametri trasversali ugualmente sviluppati, quelle che favoriscono il movimento vengono decisamente meno, dato che una siffatta costruzione diminuisce gran parte delle caratteristiche dinamiche. A favore del mastino napoletano piccolo perché basso sugli arti, rispetto a quello piccolo perché minuto, permane la peculiarità di muoversi secondo l’andatura lenta e dinoccolata, pur se in modo accentuato. Questo rivela che una costruzione del genere rappresenta un prototipo ipertipico, al contrario dell’ipotipicità fornita dalla struttura ridotta. Resta invariata, comunque, l’eliminazione dal giudizio delle altezze inferiori ai limiti tollerati, per cui i maschi di 62 cm e le femmine di 57 cm, indipendentemente dalla minutezza generale o dalla bassezza sugli arti, non ottengono la qualifica, pur se possono riprodurre. L’eccedenza dell’altezza, ovviamente, presenta le caratteristiche negative contrarie, anche se non opposte nel risultato conclusivo, in quanto conducono sempre all’eliminazione dal giudizio in esposizione (non dalla riproduzione). Il mastino napoletano eccede nei limiti di tolleranza superiori sovente a causa dell’esagerato sviluppo in lunghezza degli arti e dei diametri verticali del tronco. Questo indebolisce la struttura architettonica, se non è sostenuta dall’aumento dei volumi. I diametri trasversali che favoriscono i volumi, tuttavia, se allargano la costruzione per proporzionarla all’altezza troppo elevata, richiedono un peso enorme. La struttura, conseguentemente, si appesantisce, al punto che la funzionalità dinamica è gravemente menomata. Il movimento è ottenuto faticosamente. L’azione di presa pure. La perdita delle facoltà dinamiche, tra l’altro, compromette anche quel grado d’agilità che serve durante il corpo a corpo con l’avversario, favorendo l’antagonista a divincolarsi prima di essere afferrato in presa. Resta pur vera la potenzialità del morso ancora più potente, ma calano le possibilità di poterlo immediatamente assestare, cioè, nel più breve tempo possibile. Il vantaggio apportato dall’altezza eccedente è rivolto alla funzione della guardia a scopo deterrente, dove il mastino napoletano troppo alto propone pur sempre un effetto che incute timore, indipendentemente se costruito leggero o pesante. Si presta ovvio che più la struttura alta è pesante, maggiore è la sensazione di paura recepita dall’osservatore. L’effetto deterrente, infatti, pur persistendo in ogni caso, diminuisce più l’altezza è esagerata e più la struttura è alleggerita, al punto di perdere le proporzioni. Il mastino napoletano sgraziato dalla costruzione alta e longilinea, quindi sproporzionata, fa paura lo stesso, ma molto meno rispetto al caso opposto. L’aspetto somatico sgraziato dalla costruzione alta ed appesantita, difatti, incute maggior timore, perché quel mastino napoletano appare talmente enorme, che nulla toglie all’effetto deterrente la condizione fisica di essere ugualmente sproporzionata. Lo svantaggio, a causa delle motivazioni anzidette, avviene quando il mastino napoletano troppo alto e pesante interviene sull’intruso. L’intervento, però, usufruisce del favore ottenuto dall’impatto fisico, che dispone di un peso tale da annullare in breve tempo l’azione avversaria, grazie alla massa che piomba addosso come un macigno. Le altezze superiori ai limiti tollerati, pertanto, in qualche caso, risultano funzionali più dei limiti superati inferiormente, pur se penalizzate da una serie di condizioni, comunque, sfavorevoli. L’altezza al garrese di 78 cm ed oltre nei maschi, nonché di 71 cm ed oltre nelle femmine, tra le altre cose negative, causa un divario insostenibile entro una razza di grande mole come il nostro molosso. I dieci centimetri maschili e gli otto femminili, che diventano, rispettivamente, quattordici e dodici con la tolleranza, se superati in più o in meno di qualche altro centimetro, espongono la razza ad una difformità intollerabile entro un programma di selezione che già usufruisce di un divario alquanto estremo nel raccogliere tutto quanto è possibile in tipo e funzione. Ragion per cui l’eliminazione dal giudizio dissacra anche il mastino napoletano troppo alto, oltre a quello troppo basso, pur acconsentendo di farlo riprodurre, in quanto talune caratteristiche suddette, che si rivelano positive in merito a casi particolari, sono indispensabili alla razza. Vanno eliminate entro i contesti predetti, ma recuperate a favore delle altezze comprese nei limiti ideali e in quelli tollerati. Difetti da squalifica La serie di difetti quali la chiusura dei denti enognata; gli assi longitudinali superiori cranio-facciali convergenti e divergenti; la canna nasale concavilinea e convessilinea; il tartufo e le palpebre completamente depigmentati; l’iride gazzuola; gli occhi - entrambi – strabici; l’assenza di rughe, pliche e giogaia; la criptorchidia, anche solo unilaterale; la coda assente, oppure cortissima, sia per causa congenita, sia per intervento strumentale; la presenza di macchie bianche sulla testa e sul resto del corpo (in questo secondo caso, solo se di grande dimensione); non escludono soltanto dal giudizio in esposizione, ma prevedono che i soggetti colpiti siano eliminati anche dalla riproduzione. Avverrà burocraticamente con il ritiro del pedigree, per cui i portatori non potranno avere figli iscritti al libro genealogico. Alcuni di questi difetti sono assoluti, cioè portano alla squalifica (= radiazione dall’allevamento) in ogni razza. Tutto ciò che riguarda l’enognatismo, ossia la mandibola raccorciata, al punto da far sopravanzare la mascella superiore, con la conseguenza della chiusura anteriore dei denti contraria al prognatismo, è di estrema gravità. Valgono le stesse condizioni anatomiche del prognatismo, appunto, essendo praticamente il difetto inverso, ma subentra una serie ben più numerosa di fattori negativi, non solo per la funzionalità durante il lavoro. Il cane enognato, in sostanza, presenta enormemente alterato il proprio quadro fisiologico, pur se non è facilmente rilevato nell’immediatezza funzionale. Il mastino napoletano colpito da questo difetto, infatti, finanche espleta certe mansioni, ma perde tutte le potenzialità delle regolari performance utilitarie, oltre ad avere l’esistenza compromessa. L’enognatismo, effettivamente, non impedisce al nostro molosso di far paura, mostrandosi ugualmente deterrente nella guardia, ma riduce cronologicamente le potenzialità fisiologiche dell’organismo. La presa, poi, perde decisamente efficacia (per le condizioni opposte al prognatismo). La prestanza fisica, inoltre, non è ottimale nemmeno in età matura e compromette il raggiungimento della vecchiaia, stante le difficoltà che inficiano qualsiasi funzione vitale. La presenza delle pupille oculari strabiche crea dei problemi di vista che limitano la prestazione durante la guardia e qualsiasi altra mansione. Lo sguardo non esprime il carattere e lo stato d’animo, giacché sembra perdersi nel vuoto. Uno sguardo così menomato non incute nemmeno timore, perché privo dell’effetto fornito quando le pupille fissano anteriormente. Gli occhi entrambi strabici, quindi, sono difettosi, tali da portare giustamente alla squalifica, mentre non vale altrettanto per un solo occhio strabico, conseguentemente inseribile nei difetti da penalizzare in base alla gravità. Se lo strabismo bilaterale è da condannare, per la totale inibizione degli occhi, invece, quello unilaterale non prevede la squalifica, per via che un occhio è normale. Resta da constatare che, però, in sede di giudizio, già il fatto di poterlo ritenere un difetto penalizzabile, in rapporto alla sua gravità, permette di tenerlo in dovuta considerazione, a causa dei problemi visivi, comunque, creati. Lo strabismo unilaterale, tuttavia, costituisce un difetto che non ha una scala degradante di gravità, bensì è grave come si presenta. La criptorchidia, indipendentemente se bilaterale od unilaterale, rappresenta un difetto assolutamente da bandire, per le problematiche riproduttive che sancisce. Il criptorchidismo propriamente detto, cioè quello bilaterale, ovvero con lo scroto privo di entrambi i testicoli, testimonia il livello conclusivo della degenerazione cominciata dalla monorchidia (assenza di un solo testicolo). Il criptorchidismo unilaterale, pertanto, è combattuto, anche se il testicolo presente nello scroto è normalmente disceso e sviluppato. Il monorchidismo, indubbiamente, è parimenti grave al criptorchidismo. Il difetto, infatti, esiste ugualmente tanto con uno, quanto con due testicoli non discesi, al punto da non svilupparsi, viceversa, come avviene se contenuti completamente nella loro sede naturale. Trattenuti nel ventre oppure in alto, a causa del cordone testicolare non sufficientemente lungo da trasferirli entro (in fondo) la borsa scrotale, già dall’età infantile (da cucciolo), si atrofizzano. Gli altri difetti da squalifica sono relativi al mastino napoletano (nonché a quelle razze che li contemplano con la stessa indicazione), in quanto nella nostra razza portano ad escluderli dalla riproduzione, mentre in qualche altra razza non avviene altrettanto e, addirittura, alcuni di questi rappresentano i loro caratteri di tipo. Il caso degli assi longitudinali superiori del cranio e del muso è proverbiale. Il parallelismo cranio-facciale, quale imprescindibile caratteristica di tipicità del mastino napoletano, porta fuori tipo la convergenza e la divergenza. Il comportamento assiale diverso dal parallelismo, infatti, pregiudica l’insieme delle caratteristiche della testa, al punto che altera il sistema craniometrico determinante la tipica espressione. Gli assi cranio-facciali che perdono il loro proseguimento binario descrivono delle teste ipertipiche od ipotipiche, a seconda se sono, rispettivamente, convergenti o divergenti. Entrambi i casi presentano pari effetto negativo. Se la divergenza, però, non ammette controversie di sorta; la convergenza, sovente, è associata al prognatismo, altresì, di per sé non squalificato. La direzione assiale convergente, dunque, conduce alla squalifica anche il correlato prognatismo, altrimenti ammesso alla riproduzione nel raro caso sia presente in una testa parallela. La testa convergente è ipertipica, perché accentua il tipo a mò di caricatura. La testa divergente, invece, è ipotipica, perché il tipo lo diluisce. Questo dipende dal fatto che la convergenza è prerogativa delle razze (prevalentemente, quelle create dall’Uomo) del ceppo molossoide oggetto di una selezione artificiale spinta (bulldog, boxer, ecc.), invece, che rustica, come quella da cui deriva il nostro mastino; mentre, la divergenza è prerogativa delle razze appartenenti ad altri ceppi, distanti dalla nostra razza. Il comportamento degli assi cranio-facciali si associa all’andamento della canna nasale. Quando è concava esiste la convergenza; viceversa, se convessa, esiste la divergenza. Questi casi, comunque, rappresentano la deviazione del solo asse facciale; mentre, l’asse craniale persiste parallelo. Si tratta, effettivamente, di monoconvergenza e monodivergenza (facciale). La canna nasale concava predispone il profilo superiore del muso incurvato verso il basso, per cui dalla base craniale parte scavato per risalire verso il tartufo, raggiungendo la massima curvatura inferiore nel tratto centrale della lunghezza facciale. La presenza delle pieghe della pelle sul dorso nasale tende a mascherare la concavità, che spesso, però, si rivela mostrando il tartufo rialzato. La faccia superiore del tartufo così conformata, rispetto all’orizzontale, disegna il proprio profilo a “margine di piatto”, che si vede tale, nonostante l’anzidetta copertura tegumentale corrugata. La canna nasale convessa, contrariamente, predispone il profilo superiore del muso incurvato verso l’alto, per cui dalla base craniale parte saliente per discendere verso il tartufo, raggiungendo la massima curvatura superiore sempre nel tratto centrale della lunghezza facciale. La presenza delle pieghe della pelle sul dorso nasale tende ad accentuare la convessità, al punto che il tartufo appare molto abbassato. La faccia superiore del tartufo disegna il proprio profilo sempre a “margine di piatto”, in questo caso, rovesciato. Il profilo facciale convesso, perfino, raggiunge l’accentuazione eccessiva del tutto fornita anatomicamente, per cui il muso è molto convesso, tale da assumere una configurazione montonina, ulteriormente accentuata dalle pieghe della pelle. La canna nasale molto montonina diverge ancor di più l’asse longitudinale superiore facciale, per cui il tartufo si abbassa in modo ben evidente. Succede, anche, che il tartufo è abbassato di per sé, nonostante il profilo nasale sia rettilineo ed indipendentemente dall’effetto convesso determinato dalla pelle ivi corrugata. Si tratta sempre di asse divergente, pur se dovuto solamente al profilo del tartufo, stante la rilevazione che avviene alla sua punta, che più bassa della linea retta dell’intera canna nasale lo altera di quel poco ugualmente difettoso. Non va confuso con l’effetto suddetto, causato dalle pieghe cutanee sovra-nasali, che dà l’impressione del tartufo abbassato rispetto al profilo del muso, invece, perfettamente rettilineo, come dimostra la sua faccia superiore rilevata sull’orizzontale. Le summenzionate pieghe della pelle, qualora assenti, non solo sul muso, ma pure sul resto della testa, alterano l’aspetto tipico della nostra razza. La mancanza delle rughe e delle pliche sulla regione cefalica condiziona anche la presenza della giogaia al margine inferiore del collo. Tutto ciò toglie la caratteristica etnica fondamentale del mastino napoletano. L’abbondanza tegumentale viene meno sull’intero corpo, per cui la nostra razza perde delle peculiarità essenziali, anche dal punto di vista funzionale nel lavoro di guardia a scopo deterrente e nell’ausilio all’intervento in presa. La predisposizione al movimento, pur aumentando per una sicura tonicità, tuttavia, danneggia le predette funzioni, che sono prevalenti alla deambulazione nel criterio di valutazione del mastino napoletano. Il pigmento che più interessa nella nostra razza riguarda due punti strettamente importanti nel conferire l’espressione. Ragion per cui il tartufo e le palpebre completamente depigmentati portano alla squalifica. Il rapporto con il colore del mantello condiziona la loro pigmentazione. Il pigmento non correlato già disturba visibilmente, per cui, addirittura, se è totalmente assente, si aggrava il tutto. Il tartufo depigmentato balza immediatamente alla vista dell’osservatore; mentre, per le rime delle palpebre oculari serve porre apposita attenzione. Se è la depigmentazione totale ad essere squalificata, significa che qualora il tartufo e i bordi palpebrali lo siano parzialmente vanno penalizzati in rapporto alla gravità, per cui più manca il pigmento, più la penalizzazione è grave. Riguardo alle rime palpebrali, la depigmentazione totale è da squalifica solo nel caso sia bilaterale. Devono essere totalmente depigmentate le palpebre di entrambi gli occhi, altrimenti è prevista la penalizzazione secondo la modalità anzidetta. Il pigmento privo totalmente nelle palpebre di un solo occhio, quindi, non porta alla squalifica, nemmeno se le palpebre dell’altro occhio hanno una pigmentazione parziale. La depigmentazione totale unilaterale, pertanto, non è considerata così grave quanto quella bilaterale. Il colore degli occhi prevede la squalifica se è gazzuolo. La presenza anche di un solo occhio gazzuolo porta ad escluderlo dalla riproduzione. L’occhio gazzuolo, anzitutto, condiziona la salute fisiologica, in quanto è spia di una scarsa pigmentazione generale, che indebolisce l’organismo del cane. L’iride gazzuola, poi, non si presta della massima funzionalità visiva, giacché non riflette la luce solare. La colorazione gazzuola, per questo, non è funzionale nemmeno durante il lavoro di guardia, poiché anche la luce artificiale di una torcia elettrica, che l’invasore del territorio sottoposto alla vigilanza del mastino napoletano punta contro il cane, riduce la visibilità notturna. Sempre in materia di pigmento, quello relativo al mantello assume difetto da squalifica in presenza di macchie bianche, laddove non sono previste delimitatamene circoscritte. Se le macchie bianche al petto e alle dita, entro i limiti indicati, non pongono condizione alcuna, qualora siano allargate oltre il dovuto già vengono escluse dalla riproduzione. La piccola macchia bianca sul petto che supera tale dimensione, quanto il bianco che copre una parte maggiore delle punte ditali, sono già teoricamente squalificanti. Il confine di tali limiti, tuttavia, se abbastanza identificabile sul piede, lo è di meno sul petto, giacché non è facile porre un limite ben preciso alla macchia bianca entro la piccola dimensione definita con tale termine che, comunque, può variarla, pur non più di tanto. Resta sottinteso che, per quanto definito approssimativamente, il limite del bianco pettorale dipende dall’estensione ragionevole, in grado di non pregiudicare il contesto del colore generale del mantello. Il bianco sul petto, tuttavia, va visto secondo quel permissivismo che, prima di procedere alla squalifica, è bene condizionarlo alla tipicità del soggetto in esame. Permissivismo applicabile a meno che la macchia bianca al petto non si possa più definire piccola, ma sia tale da non creare dubbi sulla sua sconfinante dimensione media. Lo stesso vale per il bianco sul piede che, come detto, pur meglio circoscrivibile, in quanto limitato alle punte delle dita (falangette), quando invade il resto retrostante (falangi e falangine) è teoricamente da squalifica, a meno che la tipicità del soggetto faccia soprassedere a qualche centimetro di troppo. La presenza squalificante delle macchie bianche quando sono molto estese, in effetti, è relativo laddove è consentito. Su altre zone corporee, dato che il colore del mantello è descritto uniforme, una macchia bianca di qualsiasi dimensione è gia (molto) estesa oltre il dovuto. Significa, allora, che il bianco situato dappertutto, ovviamente, tranne al petto e alle dita, è da squalifica, pur se la macchia è piccola. Lo stesso è ben chiaro per la testa, giacché basta che la macchia bianca ci sia per escluderla dalla riproduzione. I difetti riguardanti la coda prevedono che, tanto l’assenza, quanto la presenza limitata dell’appendice caudale, conducono alla squalifica. La coda, pertanto, deve esserci e secondo una lunghezza consone a non decretarla brachiura. Presentandosi corta oltre il dovuto, dunque, modifica le caratteristiche estetiche e funzionali, che traggono vantaggio dalla consistenza caudale manifestata per un tratto terminale maggiore. L’appendice coccigea che si presenta molto spessa per una lunghezza adeguata rende un effetto estetico di potenza ossea, grazie allo sviluppo scheletrico ravvisabile lungo tutte le vertebre terminali esterne al tronco. L’effetto estetico anzidetto si traduce nella funzione di ausilio ai movimenti di lotta nel corpo a corpo, in occasione dell’intervento in presa, che una coda corta, per quanto spessore anatomico sia dotata, non può espletare. Il brachiurismo, però, è da escludere dalla riproduzione solo quando deriva da una mutazione genetica, onde evitare che si trasmetta. La coda brachiura congenita si ravvisa alla nascita, ma in età adulta ciò crea il dubbio che possa dipendere da un intervento artificiale. Il brachiurismo artificiale, per il semplice fatto che non è trasmissibile, non può prevedere ugualmente la squalifica, ma solo l’eliminazione dal giudizio, per le motivazioni suesposte. La coda conchectomizzata fino a renderla brachiura, tuttavia, nasconde delle insidie che riguardano il possibile intervento umano per togliere un difetto anatomico, altrimenti antiestetico o, finanche, antifunzionale. Ragion per cui pure il brachiurismo artificiale va squalificato, seppur soltanto in via precauzionale. Resta il rammarico di poter escludere dalla riproduzione un soggetto conchectomizzato fino a renderlo brachiuro solo per un errore umano compiuto all’atto della regolare amputazione. Lo scopo della squalifica del brachiurismo da apportare anche nel caso artificiale, oltre che congenito, pertanto, è preventivo ai problemi genetici che si possono perpetuare nelle generazioni. Altra situazione in merito al brachiurismo artificiale consiste che, pure se è dovuto per togliere un difetto caudale visibile fin da cucciolo, oppure manifestato in età più avanzata, per cui si è provveduto all’intervento chirurgico, permane il dubbio di un difetto non meritevole di cotanta squalifica, al punto di poter bastare solo l’eliminazione dal giudizio, per poi usarlo in riproduzione, grazie alle altre caratteristiche decisamente più importanti. La presenza della coda cortissima, d’altronde, non è facilmente riconducibile al fatto se è congenita od artificiale, per cui la squalifica corre d’obbligo, tranne se il soggetto è stato sottoposto all’intervento chirurgico in età adulta, dopo aver subito un trauma che lo ha inevitabilmente portato a diventate brachiuro, specie se già presentato precedentemente in esposizione con la coda amputata secondo la lunghezza regolare e testimoniato da chi lo ha giudicato prima del brachiurismo apparso artificialmente. La coda anura, invece, non ammette replica di sorta, giacché dipende solo da un fattore genetico negativo. L’anurismo, pertanto, è dovuto ad una mutazione genetica, che merita assolutamente la squalifica.

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